Percentuali di recidiva altissima che fanno del sistema carcere uno dei sistemi più inefficaci al mondo, non bastano a distogliere l’attenzione da questo tema e a rivolgerla verso altre soluzioni. Si battono i piedi per domandare nuove carceri. Nuovi luoghi di detenzione. Nuovi orrori. Per fortuna si sta spargendo la “malsana idea” che per affrontare la criminalità del nuovo millennio si debba ricorrere anche ad altri istituti oltre che al carcere.

Gli istituzionalisti (da istituzione) totalitari del nostro paese saranno rimasti inorriditi dalla notizia che nella feroce e quindi soddisfacente Inghilterra, un professore, sposato con due figli, che se la spassava con una sua allieva sedicenne, è stato condannato ad un anno di carcere con l’immediata commutazione a 200 ore di servizi sociali. La motivazione, udite – udite, investe la valutazione che il carcere avrebbe comportato la perdita del lavoro e quindi la progressiva emarginazione del reo. Se anche gli inglesi, il cui inno nazionale non è la marcetta circense italiana, arrivano a pensare questo, evidentemente c’è qualche cosa che non va. Quello che non va è che negli ultimi trent’anni sono aumentati a dismisura gli indici di carcerazione senza, che tale aumento, incidesse più di tanto sulla commissione di un progressivo e correlato aumento del numero dei reati. In parte perché il carcere soggiace più alla sete di vendetta di una società e come punizione non riesce ad incidere sulla recidiva.

In parte perché l’efficacia deterrente del carcere (ammesso che sia mai esistita) è del tutto svanita posto che gran parte dei galeotti (in America come in Italia) sono emarginati, rei di quel crimine orrendo che è la povertà o una precaria salute mentale. Sempre in Inghilterra, ad esempio i sex offender sono sicuramente incarcerati ma, al contempo, si cerca di trovare sperimentalmente altre strade: finanziando strutture non carcerarie che provino a curare alcuni di loro. Da noi si tende a sbavare quando si affrontano questi argomenti e, non ho dubbi, anche ammesso che si trovi un politico coraggioso disposto a finanziare una sperimentazione del genere (cosa impossibile solo a pensarla) ci sarebbe sempre un altro politico che gli azzanna i polpacci tacciandolo di connivenza con il nemico.

In assenza di un politico, un foglio o numerosi lettori. E quindi la cosa più originale che si sente dire in giro oggi è che bisogna costruire più carceri. Mi sembra  un poco la follia a cui non si sottrae il tizio che pensa che la casa è piccola perché piena, ritenendo che una casa più grande, che riempirebbe in un battibaleno, rappresenti una soluzione. Spiegare a questo tizio che forse per non avere le case piene bisogna non comprare in termini compulsivi è operazione difficilissima. Il problema è questo: depenalizzare una serie di reati e indagare forme di giustizia altra dal carcere. La giustizia riparativa, là dove viene applicata, pare dare le prime soddisfazioni. Forme di affidamento in prova, se supportate dal nostro sistema di welfare, potrebbero bloccare la porta girevole (dentro-fuori-dentro- fuori) di molti poveracci il cui spessore criminale è realmente da banda bassotti.

Insomma: invece di spendere centinaia di milioni in nuove carceri, lo si spenda in servizi, in case, in opportunità.