Può un oggetto inanimato essere politico? Possono una porta girevole, uno spartitraffico, una panchina rappresentare non solo artefatti neutrali, ma un vero e proprio manifesto ideologico, un discorso sui rapporti di potere e sull’autorità?

Si pensi alle borchie appuntite installate all’esterno di un supermercato Tesco, a Londra, messe lì per scacciare i senzatetto. O gli stessi spuntoni incollati al di fuori di edificio di recente costruzione, sempre nella capitale inglese, col medesimo scopo. Sono un vero e proprio manifesto, uno slogan, una discorso sull’umore della società inglese di questi tempi. Ma ce ne sono tanti di esempi di architettura “disciplinante”, il cui obiettivo principale è smistare gli individui verso le uniche due funzioni esistenziali che gli vengono concesse: lavorare e consumare.

I modelli di questo design urbano repressivo non riguardano solo Londra. Si guardi alla civilissima Oxford, e alle “panchine” di Cornmarket Street: fissate a mezzo metro di altezza, dallo schienale verticale, intramezzate da poggia-braccia, con il sedile ricurvo verso il basso come le zanne di un elefante preistorico, sono chiaramente ideate per impedire a chiunque di sedervici in comodità e, ancora meno, di sdraiarvici.

Oppure alla città di Nottingham, che in alcuni sottopassaggi ha installato una special luce rosa per mettere in risalto le imperfezioni della pelle, così da indurre gli adolescenti a recarsi altrove.

Andando oltre i confini inglesi la situazione non migliora. La città di New York è piena di “dissuasori” metallici dall’aspetto crudele: dentati, acuminati, piazzati ovunque, dagli idranti ai vasi per le piante, alle grate per la ventilazione della metropolitana. Lo scopo è proteggere il cittadino da se stesso oppure trattarlo come un insetto, un roditore, un piccione indesiderato?

Se la metropoli di Mumbai (India) ha deciso di scoraggiare le coppie che pomiciano nei parchi installando panchine di pietra a uso individuale, rendendo impossibile a comitive o famiglie di sedervici, nella più tecnologica Tokyo la crudeltà dei pianificatori raggiunge vette grottesche, con “panchine” che sembrano sedie da tortura o dalle forme tubolari ideate appositamente per essere gelide d’inverno e roventi d’estate.

Tutta la possibile interazione con l’oggetto pubblico è ridotta ad una sola, predefinita funzione d’uso, senza lasciare alcun margine di creatività all’utente. Il messaggio che traspare ha il sapore del fascismo futurista: “Sedete qui solo se dovete. Che giri a largo chi non ha niente di meglio da fare, o nulla da comprare”.

Pur non avendo le fattezze di un poliziotto munito di manganello, dunque, uno sbirro dormiente si nasconde nel design delle nostre città. In questo senso l’ingegneria sociale moderna, anziché favorire lo sviluppo di un potere “dal basso” – promuovendo integrazione sociale e spontaneità nell’interazione -, incarna il suo contrario: il potere dell’establishment che non vuole elementi che disturbino la sua narrazione di “ordine e progresso”.

Cosa si oppone a questo scenario? L’umanissima anarchia dei centri storici mediterranei, forse, presi di mira dall’austerity ma non ancora non del tutto normalizzati. O forse anche solo i ricordi di una certa infanzia, con il suo “bighellonare” avventuroso, e l’amicizia come resistenza alla depressione del lavoro. La fantasia e l’ozio creativo come un’archeologia da difendere nei processi di pianificazione e controllo totale. Sono solo alcuni spunti per mantenersi lucidi in queste città sicuramente più sicure d’un tempo, ma anche molto più noiose e tristi.

di Paolo Mossetti: scrittore e giornalista nato nel 1983 a Napoli. Vissuto a Milano e Londra, ora risiede nel Bronx. Collabora con “Vice”, “Rolling Stone”, “Alfabeta 2.0” e “Domus”.