L’Europa, come sapete, è morta ammazzata esattamente cent’anni fa. E’ ancora un argomento di moda (quand’ero giovane io era addirittura sexy), ma, ahimè, solo fra i più benestanti o più colti, la crema. Per il comune europeo, l’Europa non è che uno dei tanti nuovi mostri – i marchionni, i blairthatcher, i renzaletti – che, ognuno per la sua parte, gli strappano ferocemente quel po’ di società e di benessere che s’era pur conquistato dopo cinquant’anni di scannamento. Non è che sia granché furbo, l’europeo: vota per chi sbraita più forte, oppure per chi gli mette due monete in mano; oppure, più di frequente, non vota affatto (paesi interi, come la Polonia, alle elezioni europee di fatto non hanno partecipato; la maggioranza galattica, qui in Italia, comprende appena un quarto della gente).

La guerra borbotta già (“Guerra in Europa? Ma è impossibile!”) ai lontani confini. I diplomatici si affannano, si parla di “iniziative europee” (allora, di “concerto delle nazioni”). Ma le iniziative politiche, oggi come cent’anni fa, contano quanto il due di coppe a briscola (quando la briscola è denari) di fronte ai poteri economici: il gasdotto, il petrolio, la ferrovia Berlino-Bagdad, il complesso militare-industriale, le nuove (nel 1913) corazzate a nafta, i droni.

In Italia, in particolare, la politica riguarda ormai solo l’ordine pubblico, dal momento che la sequenza Marchionne (Pomigliano-Mirafiori-FCA), di ormai due anni fa, ha largamente deciso sulle questioni sostanziali. Un vero e proprio colpo di Stato sociale, che aiuta a spiegare perché bisognava mettere il più possibile fra parentesi, in questi anni cruciali, la democrazia.

Si è ristretto lo spazio pubblico, ma non la complessità (e la fragilità) del comando. Le opposizioni esistono ancora, ma non più in Parlamento bensì a Corte.

Dei famosi centouno congiurati che appena un anno fa fecero fuori l’ultimo notabile democratico, Prodi, si parla ormai – ad esempio – coi toni dei memorialisti di Luigi XIV, per allusioni comprensibili solo a chi vive a corte. Eppure si tratta della più potente lobby della Repubblica, e della post-repubblica anche…

Non c’è più nel sistema politico italiano una sinistra politica che possa far da bilancia a un sistema così squilibrato verso destra. Il mondo della vecchia Repubblica, gravato da eredità pesantissime (i servizi segreti, il latifondo), dissanguato nel Sud dai primi poteri mafiosi, sottomesso a poteri esteri che spesso interferivano sanguinosamente, aveva tuttavia una sua saggezza di fondo, che consentì al nostro Paese di sopravvivere, ed anzi di conquistare qualche progresso.

Questa saggezza consisteva essenzialmente nell’equilibrio. In una società come quella italiana, divisa geograficamente e socialmente, sarebbe stato impossibile andare avanti senza garantire a ogni componente uno spazio preciso di rappresentanza e di gestione possibile del bene comune. All’interno di questo equilibrio la “sinistra” (qualunque ambito si voglia dare a questo termine: dai romanzi di Italo Calvino al Consiglio di fabbrica della Breda) aveva una funzione essenziale. Quando essa entrò in crisi (non per motivi ideologici, ma per semplice stanchezza dei ceti medi che avevano finito per costituirne l’ossatura) non furono solo gli interessi delle classi povere ad essere abbandonati ma anche, in larga misura, anche gli stessi elementi costituitivi della Nazione.

Una sinistra forte non avrebbe certo permesso i licenziamenti politici degli operai o la riduzione drastica dei salari reali; ma non avrebbe soprattutto permesso la pura e semplice eliminazione della Fiat dall’economia del Paese, la delocalizzazione selvaggia di praticamente tutta l’industria italiana, e la conseguente condanna del Paese a uno stato di crisi strutturale permanente.

Sono sorte, sì, lotte meritorie e vincenti sul piano dei singoli episodi, a volte addirittura (queste, anzi, con più forza di prima) sul piano dei diritti umani. Ma sulla struttura materiale del Paese, sulla sua configurazione complessiva, nessuno – da un certo punto in poi – ha lottato più. Finché è svanita nella nebbia la stessa elementare percezione del problema.

La sinistra, così, o ciò che continuava a vedersi come tale, ha finito con l’assumere una cultura politica “americana”: vivacità intellettuale, reazione ai casi singoli, attenzione – non sempre – a ogni grossa lesione dei diritti umani, ma sostanziale abbandono della lotta politica di massa. Un “partito repubblicano” (ma più autoritario e classista di quello americano) di milionari e poveri bianchi, un “partito democratico” (che ha finito per chiamarsi proprio così) di notabili e interessi consolidati, qualche partitino simbolico comunista, ecologista, trockista e chi più ne ha più ne metta, e il potere reale alle corporation (fra cui, da noi, Cosa Nostra e ‘ndrangheta) sempre più presenti non solo solo nell’economia ma anche sul territorio.

Poteva andare diversamente, potrà andare diversamente? Certamente sì. Personalmente, da molto tempo ritengo che le carte da giocare vadano cercate nel terreno della società civile (o “movimenti”, o “volontariato”: chiamatevela come volete, anche se fra un termine e l’altro ci sono sfumature); e, all’interno di essa, nell’antimafia sociale, che per sua natura deve affrontare gli scontri più radicali diretti col sistema di potere, di cui la mafia ormai è una componente vitale.

Il mio modello resta quello, sconosciuto e efficientissimo, dei ragazzi di Modica, del “Clandestino”, dei catanesi del “Gapa”, dei napoletani di “Monitor” e di tutti gli altri gruppi “politici” che trovate sulla homepage dei Siciliani giovani). Ci aiuta molto il fatto di essere, oltre che dei militanti civili, anche dei giornalisti. Partire da un lavoro preciso, da una cosa precisa da fare e non da semplici discorsi, probabilmente di questi tempi è anche un fattore politico importante.

Del resto, da costruire c’è quasi tutto: ma non è una cosa strana né una gran novità visto che molto spesso, nel corso della storia, alla sinistra è toccato di guardarsi allo specchio e reinventarsi daccapo, ripartendo pazientemente dal lavoro.