Minchia Faletti, non te ne dovevi proprio andare. Proprio tu, ironico e beffardo anche nei confronti della morte. Il tuo epitaffio lo tenevi pronto da un paio d’anni: “Qui giace Giorgio Faletti, morto a 17 anni”. Perché in realtà, “Io non ho mai raggiunto la maggior età”, dicevi nelle interviste. Oppure ti prendevi in giro: “Quando sei famoso, dicono di te che sei gay o hai il cancro”. Ma vi prego doveva rimanere solo una battutaccia, scrive un addolorato Antonio D’Orrico, critico letterario del Corriere della Sera, dal fiuto ineccepibile. Lesse Io Uccido in una notte e tre giorni dopo Faletti era in copertina di Sette con l’ormai proverbiale titolo: “Voi non ci crederete ma quest’uomo è il più grande scrittore italiano“. Minchia se aveva ragione, hai venduto 4 milioni di copie e sei stato tradotto in un sacco di lingue.

Fra tutti i coccodrilli che ho letto, quello di D’Orrico, è quello che sicuramente ti sarebbe piaciuto di più. Sembra quasi che sia stato tu a dettarlo, seduti nell’abitacolo della tua utilitaria come quando gli facesti ascoltare in anteprima assoluta “Minchia, signor tenente”. E qui riporto fedelmente le parole del magistrale ADO : “… infilasti la cassetta del mangianastri. Finestrini serrati. Come spie. Perché per il regolamento di Sanremo, quella canzone non doveva sentirla nessuno prima della gara. Pena l’esclusione del Festival. Ti dissi che mi piaceva molto. Giocai ‘Minchia, signor tenente’, prima al Festival. Arrivò seconda perché Sanremo è Sanremo e non potevano far vincere un rap tragico scritto da un cabarettista”. Con D’Orrico siete poi diventati amici e ti venne a trovare all’ospedale Niguarda dove eri stato ricoverato per un ictus. “Tanto per non farti mancare nulla, come avresti detto tu – scrive D’Orrico- I fili del destino si erano tutti imbrogliati. Poi tornarono tutti lisci”.

Ma non per molto. Anche la malattia l’hai presa a calci, l’hai respinta fino alla fine. Hai annullato la tua tournée solo pochi giorni fa, il calore del pubblico era il migliore antidoto. Il tuo ultimo post diceva: “A volte immaginare la verità è molto peggio che sapere una brutta verità. La certezza è dolore. L’incertezza è pura agonia”. Alla fine è stata la vita a perdere te, a rimetterci. E la morte, meschina, a fare la solita brutta figura.

Alle parole di D’Orrico che mi hanno preso il cuore c’è poco altro da dire. E chi la fa aggiunge solo banalità alla tristezza. Mi piace adesso immaginarti seduto su una nuvoletta con un bicchiere di barbera delle tue parti che brindi all’eternità.

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