Dopo l’uccisione di D’Antona, Biagi che fu il suo successore al ministero, non poteva morire allo stesso modo: “È stato assurdo”. Questo ha detto l’ex sindaco di Napoli ed ex governatore della Campania Antonio Bassolino, che è stato sentito venerdì 4 luglio come persona informata sui fatti nell’inchiesta-bis sulla mancata scorta al giuslavorista ucciso a Bologna il 19 marzo 2002. Massimo D’Antona, consulente del ministero del lavoro fu ucciso dalle Nuove Brigate rosse nel maggio del 1999 proprio quando il politico napoletano era ministro. Era stato proprio Bassolino a volere lui e Biagi a Roma qualche mese prima, nel 1998: “È evidente che dopo l’assassinio di D’Antona, determinate figure di intellettuali che collaboravano con il governo e si occupavano del rapporto sindacato e imprese, sia nel ministero del Lavoro che in quello della Funzione pubblica, diventavano esposte”, ha spiegato Bassolino conversando coi cronisti alla fine dell’incontro coi magistrati.

Bassolino, che a giugno del 1999, poche settimane dopo l’omicidio D’Antona, abbandonò il ministero per tornare a fare il sindaco e poi il presidente della Regione, ha ricordato quel momento, con il ricomparire del terrorismo per le strade di Roma: “Fu uno choc enorme per tutti, perché erano anni che non succedeva un delitto politico da parte delle Br”. Uno choc “che colpì tutto il ministero del Lavoro e tutti i collaboratori più importanti, quindi anche Marco Biagi”. Poi il politico di Afragola ha ricordato il suo stupore e il suo dolore nel vedere, tre anni dopo, le immagini di morte di via Valdonica, a Bologna: “Quando è stato ucciso Biagi pensai, dissi e scrissi che era assurdo: era come se fosse stato ucciso per la seconda volta D’Antona”.

Bassolino è stato sentito dal procuratore capo Roberto Alfonso e dal sostituto Antonello Gustapane, che hanno aperto un‘inchiesta, finora contro ignoti, per il reato di omicidio per omissione. Il tutto dopo il ritrovamento di alcuni appunti che proverebbero che l’allora ministro degli interni Claudio Scajola sapeva dei pericoli che correva Biagi.

Oltre alla testimonianza di Bassolino, i pm hanno voluto raccogliere anche quella di Maurizio Castro, senatore del Pdl tra il 2008 e il 2013, ai tempi dell’omicidio di Bologna dirigente della multinazionale dell’elettrodomestico Zanussi, con la quale Biagi collaborava. I magistrati hanno voluto sapere qualcosa di più su un incontro tra loro due, il 13 marzo 2002, cinque giorni prima del delitto, quando Marco Biagi convocò il suo amico Castro nel suo studio del ministero del Lavoro: “Marco mi disse che sentiva le Br arrivare addosso a lui”, ha spiegato Castro ai cronisti. “Era talmente certo di questo che quel giorno mi lasciò una sorta di testamento morale: mi disse che bisognava continuare a impegnarsi. Mi disse che bisognava rimboccarsi le maniche e sporcarsi le mani per cambiare il diritto del lavoro e dare nuove opportunità ai giovani”. Poi Castro ricorda quando il loro dialogo tornò sulla storia della scorta. Biagi era deluso, certo di essere finito in una vicenda kafkiana, che per una questione burocratica gli impediva di avere una tutela: “Io – ha spiegato Castro – che allora a differenza avevo una scorta, gli chiesi se ci fossero novità su quel tema. Lui mi disse che Bobo Maroni, Pier Ferdinando Casini e Maurizio Sacconi si stavano adoperando strenuamente per fargli riavere la protezione, ma che ancora non c’era una risposta positiva da parte del ministero degli Interni. Tuttavia Marco non mi fece il nome del ministro Scajola riguardo a questa vicenda”.

Infine Castro ha ricordato il momento più toccante di quell’incontro: “Non so se Marco si fosse reso conto di essere pedinato dai suoi assassini. Io gli dissi di stare attento. ‘No Maurizio – mi rispose – non cambierò uno solo dei miei gesti. Se mi guardassi intorno quando poso la bici alla stazione di Bologna gliela darei vinta a quei delinquenti. Io sono dalla parte della giustizia’. Questo mi disse”.