“Per difendere le sue ragioni, Silvio sacrifica le nostre…”. Si riflette così, a denti stretti, dentro una Forza Italia in subbuglio dopo l’ultima riunione psicodramma post incontro Renzi-Berlusconi sulle riforme. L’idea di aver fatto la parte dei “cagnolini” pronti a piegare la testa in cambio “di nulla di sostanza”, davanti al leader del Pd, ormai incontrastato signore del governo e del futuro del Paese, ha scosso l’animo anche di chi, come Daniele Capezzone, è stato sempre più avvezzo all’obbedienza che alla rivolta passionaria. E passi pure, dicevano ieri alcuni berlusconiani di rango, che “la domanda sulla riforma della giustizia e sulla responsabilità civile dei magistrati gli è per forza sfuggita, lo conosciamo bene”, ma sull’altro fronte, quello di proprietario di Mediaset, la “debolezza” è stata considerata quasi “imperdonabile”, specie “nella situazione in cui siamo”; cioè dilaniati, in preda ad una guerra intestina che rischia di polverizzare il partito rendendolo un’entità ininfluente del panorama politico. Un problema di cui Berlusconi è conscio, ma che non gli impedisce, nonostante l’evidente pericolo incombente, di pensare al futuro delle sue aziende, prima di ogni altra cosa.

E’ vero, diceva ieri un meditabondo Denis Verdini – reduce da una sfuriata contro il resto del gotha del partito che gli ha fatto rischiare “l’infarto”, almeno a sentire la Santanchè – che il vero timore del Cavaliere ora è di ritrovarsi isolato, come già successo con la sentenza di condanna del processo Mediaset, nel momento di maggior debolezza e senza un partito alle spalle. Però, ci sono sempre le aziende a cui pensare. Tanto che di Mediaset ha parlato ancora una volta a Renzi, dopo che il figlio Pier Silvio, solo 24 ore prima dell’incontro, se n’era uscito, secondo dopo Barbara, con un endorsement forte nei confronti del premier: “Mi piace Renzi – ha detto il vicepresidente Mediaset – spero che ce la faccia a fare le riforme”. Un elogio di cui, a quanto sembra, Renzi si è sentito in dovere di ringraziare il Cavaliere e che lui, furbescamente, avrebbe utilizzato per agganciare il discorso sulla questione delle aziende.

Già, ma su cosa? Mediaset, è noto, non gode di salute forte, soprattutto dopo aver fatto uno sforzo economico esagerato per acquistare i diritti delle partite di serie A. Ma la paura di Silvio (leggasi anche Pier Silvio) è che Renzi dia retta, prima o poi, a Paolo Gentiloni, ancora oggi plenipotenziario del Pd per la televisione, che ha la fissa di voler abbassare i tetti pubblicitari alle reti commerciali per adeguarli alla direttiva europea del 2011, quella che dice: primo, che tempi di trasmissione degli “spot pubblicitari” e degli “spot di televendita” non devono superare i 12 minuti per ora di orologio;
 secondo, che l’affollamento di spot pubblicitari non deve superare il 15% del tempo di trasmissione quotidiano; terzo, 
che i tempi di trasmissione delle “altre forme di pubblicità”, sommati a quelli degli “spot pubblicitari”, non devono superare il 20% del tempo di trasmissione quotidiano.

Il decreto Romani, che trattò la materia, è stato considerato conforme alle norme dalla Corte di Giustizia Europea che aveva esaminato un ricorso di Sky in materia, ma il pungolo di Gentiloni è da sempre quello di rendere davvero stringenti queste norme, proprio per evitare che Mediaset sfori, con troppa facilità, i tetti previsti senza incorrere in alcuna sanzione. Renzi, in passato, aveva dato a Gentiloni l’assicurazione che sulla materia si sarebbe intervenuti, nell’ambito del superamento della legge Gasparri e della riforma della Rai. Ora, però, qualche “vocina” avrebbe suggerito al Cavaliere di chiedere a Renzi assicurazioni sul mantenimento dello status quo, almeno in questo momento non felice per le casse dell’azienda, costretta – appunto – ad un notevole esborso economico proprio per mantenersi sul mercato.

Non si sa cosa abbia risposto Renzi davanti a questa “preghiera” del Cavaliere, né è noto se il premier abbia risposto anche solo qualcosa di convenienza a questa domanda, ma il fatto è che dentro Forza Italia la questione è stata digerita malissimo, un “interesse privato in atti d’ufficio”che in tempi diversi – e non remoti – nessuno si sarebbe invece mai sognato di sollevare. Anzi.

Ora, però, il Cavaliere è solo. C’è, infatti, la sentenza d’appello Ruby ed entro pochi mesi potrebbe arrivare anche il terzo grado di giudizio che, se dovesse confermare la condanna, lo vedrebbe relegato ai domiciliari per diversi anni. C’è la grana del processo napoletano. E poi c’è il capitolo aziende, in apparenza il vero dente che duole perché ci sono di mezzo i figli. Insomma, troppi fronti aperti, è la preoccupazione berlusconiana, per potersi permettere di fare la voce grossa con Renzi e sfilarsi dal tavolo delle riforme come, invece, premeva una parte consistente del partito, Brunetta l’incendiario in testa. Che ieri ha messo in chiaro: “E’ fuori discussione la bontà della decisione di Berlusconi di mantenere fede ad un patto di riforme. Ma questo patto non può implicare l’adesione passiva di Fi a una forma istituzionale da Paese sudamericano bolivarista”. Men che mai alle istanze del solo, ventennale, conflitto d’interesse. Di cui Mediaset rappresenta ancora l’immagine più nitida e reale. L’immagine di Silvio.