La morte rende tutti uguali. O forse no. Forse anche dopo morti esistono persone di serie A e persone di serie B.

Ho ancora negli occhi il lento avvicinarsi della bara galleggiante al molo di Pozzallo. Le immagini tv e il silenzio. A bordo, il computo finale è di quarantacinque persone senza vita, morte nel peggiore dei modi: soffocate per la mancanza d’aria e le esalazioni. Morte – secondo alcune testimonianze dei sopravvissuti – perché chi era sopra coperta non li ha lasciati uscire: il posto non bastava per tutti. La barca si sarebbe capovolta. Sono tutti uomini, i morti. Cerco i nomi. Illusa. Almeno la provenienza? Niente. Sarebbero tutti “del centro Africa”, dicono laconiche le agenzie. Chissà in base a cosa lo deducono. Magari erano dell’Africa occidentale. O orientale. Ma tanto, che importa? Per noi, il “centro Africa” è un’entità astratta, fatichiamo a collocare i paesi sulla carta geografica.

Molti di noi nemmeno sanno che il Centrafrica, scritto maiuscolo e tutto attaccato, è uno stato. Che tra l’altro è in guerra, dallo scorso anno. Altro che abolire la geografia nelle scuole! Servirebbero ripetizioni a tutti. Errori e approssimazioni si sprecano. Tanto, sono morti di serie C. Morti di terza classe, di cui nessuno reclamerà mai il corpo. Morti perché più ultimi degli altri disperati. Come i nostri migranti d’un tempo. Che approdavano a Ellis Island e venivano messi in quarantena, ammassati in enormi stanzoni. Non si sa mai, magari portano malattie. Così da noi, oggi: allarme vaiolo. Macché, era solo varicella.

E mentre cerco se si sono trovati dei documenti di identità, se almeno a qualcuno di quei 45 si può dare un nome e una storia, la crudele velocità degli eventi già proietta la cronaca più in là. Ad altri morti in mare, ad un altro naufragio con una settantina di dispersi in mare. Altre vittime senza nome, senza una storia da raccontare. Ma non basta. Spunta un video girato da un siriano a bordo del peschereccio giunto a Pozzallo col suo carico di morte. Un video che documenta le prime fasi del viaggio: “Voi neri nella stiva, gli altri sopra!” Anche i libici spesso sono profondamente razzisti. Condannati due volte, perché più poveri, perché più neri. In una triste graduatoria fra disperazioni.

Ecco, per chi avrà tempo e voglia di seguire questo nuovo blog, cercheremo di dare volti e storie proprio a loro. Agli uomini e alle donne di terza classe. Che la storia ha condannato alla serie C senza che loro ne abbiano colpe. Mentre spesso, le responsabilità ci sono eccome. Proveremo insieme a fare un viaggio sotto il Sahara, per capire cosa succede e da cosa scappano “loro”.