Nelle piccole storie di cronaca locale, si trova tutto il succo di questa epoca triste in cui viviamo. Due ragazzi, di 23 e 27 anni vengono arrestati dai carabinieri. Portano con loro due ruote di una bicicletta ed uno zainetto con dentro attrezzi vari utili per scassinare ed una torcia. Sono per strada e gli agenti capiscono al volo che hanno rubato quelle ruote. I carabinieri trovano il telaio vicino ad un palo e ricostruiscono subito la scena del furto. Li hanno colti in fragranza di reato e fanno il loro dovere di condurli in caserma. E’ l’alba, li rifocillano, gli offrono caffè e biscotti. I due saranno processati in mattinata per direttissima. In Tribunale entrano in aula con i ferri ai polsi, si siedono e l’avvocato d’ufficio fiducia consiglia loro forse di avvalersi della facoltà di non rispondere. Loro invece davanti al giudice chiedono scusa: non volevamo fare del male.

Ammettono tutto, di aver rubato le ruote, ma perché volevano rubare tutta la bicicletta che era legata da una catena troppo grossa da spezzare. Tutti in aula sorridono della ingenua schiettezza dei due ragazzi, che insistono nel chiedere scusa a tutti, ai carabinieri a cui hanno raccontato una balla, al proprietario della bicicletta, al giudice ed anche all’avvocato. Vengono temporaneamente scarcerati in attesa di una udienza a settembre. La refurtiva viene restituita al proprietario e si capisce in quell’aula che tutti hanno avuto giustizia: i carabinieri, cui non deve essere vanificato il lavoro, che sono riusciti ad affermare il pieno controllo della sicurezza nel territorio. Il giudice che ha dimostrato che la legge e le regole vanno rispettate e che comprendono anche la misura delle cose. I due ragazzi che capiscono di aver rischiato di passare l’estate in carcere a lezione da qualche boss per poi in futuro rischiare di osservare il disegno della propria vita impresso col gesso sull’asfalto.

In questi casi qualche nostro cantautore mitico ci avrebbe tirato fuori una ballata memorabile dal titolo: ladri di bici o le ruote dell’ingenuità, o i raggi della verità….chissà. Quello che invece balza nella mente dopo aver vissuto questa giornata di cronaca è essere usciti da quel Tribunale ed aver visto la foto pubblicata dai media delle bici del comune, quelle del bike sharing, ammassate e buttate come ferri vecchi in un cortile, quale monumento neo realista del disprezzo verso la cosa pubblica e verso il denaro dei contribuenti.

La morale non può che essere una. Se a quei ragazzi fosse stata data l’opportunità di aver cura di quelle bici, gestendo manutenzione e fitto ai turisti, si avrebbero due ventenni in meno che girano di notte in cerca di facili furti prossimi a finire in carcere per diplomarsi criminali. Invece, nel nostro sud, in città che volta per volta chiameremo con nomi fantasiosi per omaggiare il grande Calvino, tutti indaffarati nel proprio dovere si affannano a mantenere vivi questi paradossi. Accadde a Furbonia, città che ti si annuncia con due torri d’avorio, dove gli abitanti camminano all’indietro per meglio guardarsi le spalle e quando si scontrano si girano su se stessi come in una danza e dove i piccioni portano da mangiare ad alcuni uomini sdraiati su cartoni o riparati nei parchi.