In una nota, Pechino invita i funzionari pubblici dello Xinjiang “a non digiunare e a non prendere parte ad altre attività religiose”. L’informativa, diffusa all’inizio del mese del Ramadan – mese di digiuno imposto a tutti i credenti musulmani – rischia di acuire le tensioni già forti con la minoranza uigura. Il Partito comunista è ufficialmente ateo e gli uffici pubblici sparsi in tutta la regione hanno pubblicato avvisi che vietano al proprio personale – spesso anche a quello in pensione – di partecipare al digiuno rituale e a “altre celebrazioni religiose”. Dilxat Raxit, portavoce in esilio del Congresso mondiale uiguro, in un’intervista all’Associated Press ha aggiunto che le autorità dello Xinjiang “stanno forzando i genitori a garantire che i loro figli non digiuneranno durante il ramadan” e che “usare misure coercitive per sfidare il credo degli uiguri porterà ad acuire i conflitti”. Spiega che sono stati costituiti gruppi di dieci famiglie incoraggiate a spiarsi a vicenda. Se anche uno dei loro ragazzi osserverà il digiuno o prenderà parte ad attività religiose, tutte e dieci le famiglie del gruppo verranno multate.

Lo Xinjiang è diventato di fatto il terreno della guerra della Repubblica popolare contro il terrorismo imputato alla minoranza turcofona e di religione islamica degli uiguri, la popolazione indoeuropea che abita la regione nordoccidentale dello Xinjiang. Gli uiguri lamentano che le tradizioni locali vengono osteggiate e soppresse dalla popolazione han, l’etnia dominante in Cina, che di fatto occupa anche i punti chiavi dell’amministrazione della regione. Pechino a sua volta denuncia che gli uiguri starebbero mettendo su un movimento indipendentista che – dopo gli attacchi del 2001 alle Torri gemelle – è stato messo in correlazione con al Qaeda. Da allora i cinesi sono convinti che gruppi organizzati di milizie uigure siano indottrinati e addestrati nel vicino Afghanistan per partecipare alla jihad mondiale.

Intanto gli uiguri, che fino agli anni Ottanta costituivano oltre l’80 per cento della popolazione dello Xinjiang, sono scesi a meno del 45 per cento. La chiamano “sommersione etnica” ed è la politica messa in atto da Pechino per favorire l’”integrazione” di aree a forte velleità indipendentista. Lo Xinjiang – regione ricca di risorse naturali come gas, petrolio e carbone – è destinato a soddisfare la sete di energia dello sviluppo cinese. Ma nel frattempo è dilaniato da quella che potremmo definire una guerra civile a bassa intensità. Solo nel 2013 – e solo per gli incidenti noti – si sono superati i cento morti. Gli scontri sono spesso scaturiti da stupide provocazioni o da abusi di funzionari locali. Le informazioni sono rare e incomplete e, forse proprio per questo, la tensione sociale sale assieme all’indignazione popolare.

A seguito degli ultimi attacchi terroristici, Xi Jinping aveva chiesto ai funzionari locali di fare in modo che “i terroristi diventino come i ratti che scappano per le le strade mentre tutti urlano: ammazzateli!”. A cascata le autorità della regione autonoma e dell’Ufficio di propaganda si sono mobilitate. Così i funzionari locali stanno valutando di dare un incentivo di quasi 60 euro a ogni turista che si recherà nella regione e, sempre secondo fonti governative, nell’ultimo mese, sarebbero state arrestate più di 300 persone mentre 23 gruppi estremisti sarebbero stati sciolti.

Ci sono anche notizie di processi ed esecuzioni pubbliche negli stadi. Sempre nell’ultimo mese la televisione di stato ha mandato in onda una serie di servizi che accreditano la tesi della “jihad globale”. La circolazione di video online sarebbe la causa scatenante degli ultimi attacchi e dell’inasprirsi del sentimento anti cinese tra i giovani uiguri. In attesa delle reazioni della popolazione locale, il sito ufficiale del governo della regione autonoma ha pubblicato le foto dei quadri musulmani che festeggiavano il 93esimo anniversario del Partito comunista cinese con un banchetto nonostante il mese di ramadan fosse già cominciato. E la memoria purtroppo torna alla rivolta del 5 luglio 2009 a Urumqi che, secondo le fonti ufficiali, lasciò a terra 197 morti e 1721 feriti.

di Cecilia Attanasio Ghezzi