“A questo punto la famiglia Aldrovandi cerca solo vendetta”. L’attacco arriva ancora una volta da Franco Maccari, segretario generale del Coisp, sindacato indipendente di polizia, che replica alle dichiarazioni rilasciate dai genitori di Federico Aldrovandi dopo la notizia del sequestro conservativo di un quinto dello stipendio e dei beni mobili e immobili, a copertura di 1 milione 870 mila euro, disposto contro i quattro agenti condannati in via definitiva per la morte del ragazzo. “Ha già ricevuto 2 milioni di euro, che non bastano certamente a ripagare la perdita di un figlio – dice Maccari -, ma bastano a imporre di smetterla di pretendere la lapidazione di quattro persone condannate per mera colpa, usando argomenti che nulla hanno a che fare con la giustizia. Non è giustizia chiedere a chi porta la divisa di svolgere – per quattro soldi – un lavoro in cui la disgrazia è in agguato assumendosi da soli le conseguenze nefaste che ne possono derivare, al di là delle loro intenzioni. Nessuno di noi riceve in dotazione una bacchetta magica, siamo umani come tutti gli altri cittadini che svolgono qualsivoglia lavoro, ma nessuno in Italia è chiamato a pagare quanto noi per ciò che fa, o per ciò che può sbagliare per pura colpa. Siamo e restiamo quelli che in qualsiasi contesto rischiano di più su ogni fronte – personale, familiare, economico, disciplinare, lavorativo – avendo le minori, quando non inesistenti, tutele. Accanirsi ancora contro quattro persone la cui vita, pure, è stata sconvolta e distrutta, è disumano”. Un attacco a cui replica su Facebook la madre di Aldrovandi: “La Corte dei Conti chiede solo la restituzione di un prestito”, fa notare Patrizia Moretti. “Il risarcimento del danno fa parte della condanna a carico dei condannati. Che sono quei quattro individui e non lo Stato stesso. Non vedo di che cosa ci si stupisca”.

Il giorno precedente il Coisp era uscito con un comunicato in cui esprimeva “tutto il nostro grave rammarico per la totale opera di distruzione delle vite dei colleghi coinvolti nei fatti di Ferrara, capri espiatori della pressante necessità di mostrare che l’onore della divisa si difende lapidando chi la porta, pur se egli incorre in mera colpa”. La “mera colpa” fa riferimento ovviamente al tipo di reato contestato per i fatti del 25 settembre 2005, quando morì Federico. E non i contenuti di requisitorie e sentenze in cui la loro azione, l’azione di “quattro schegge impazzite” (come si espresse il Procuratore generale), viene descritta come condotta connotata da “estrema violenza, con modalità scorrette e lesive”, perché “ognuno di loro ha percosso o calciato il ragazzo, anche dopo essere stato atterrato, e ognuno di loro non ha richiesto l’invio di personale medico prima di ‘bastonare di brutto per mezz’ora’, ma soltanto dopo averne vinto con violenza la resistenza”. E questo nonostante il ragazzo dicesse “basta” e chiedesse “aiuto”, poco prima di morire.

Dettagli per il Sindacato, secondo cui “l’errore e la disgrazia sono e restano in agguato”. La gravità, citando la nota, è tutta nel “senso di smarrimento e desolazione che da oggi accompagnerà in maniera ancora più pressante ciascuno delle migliaia di poliziotti che ogni giorno è chiamato a svolgere il proprio lavoro per i cittadini”. Per quanto riguarda invece la misura adottata dalla Corte dei Conti, in attesa del processo presso la giustizia amministrativa, “i colleghi coinvolti in questo caso non hanno davvero più nulla da dare. Hanno pagato tutto e anche molto di più. Hanno subito punizioni che sono andate oltre quanto previsto dalla stessa legge. Hanno pagato con la vita personale, familiare, lavorativa”. “Forse questo gioverà – conclude Maccari – alla sete di vendetta di alcuni, forse gioverà all’immagine politica di altri, forse gioverà al mantenimento dell’indirizzo impresso dalle campagne mediatiche. Ma non gioverà mai alla motivazione ed alla dedizione necessarie per svolgere un lavoro che nessuno riuscirà mai più a fare come dovrebbe in un clima di criminalizzazione completamente fuori misura, ben sapendo che sbagliare si può perché siamo umani, ma per questo nostro sistema chi porta la divisa umano non è”.