Il sogno del processo telematico, dell’efficienza digitale, del grande balzo in avanti della giustizia è durato il tempo di uno sternuto.

Stamattina, a poche ore dallo strombazzato cambio di marcia, il sistema informatico del Tribunale Civile di Roma è andato in tilt. Il più grande ufficio giudiziario d’Europa si è tramutato nell’epicentro di un terremoto tecnologico: un blocco del sistema informatico ha impedito completamente il deposito degli atti da parte di giudici ed avvocati, ha paralizzato l’intera attività di Cancelleria, non ha fatto salva la tanto decantata accettazione telematica che sostituiva la consegna manuale delle vecchie ed obsolete scartoffie.

La figura barbina, dopo i roboanti annunci di modernizzazione e dopo le marinare promesse delle liti chiuse entro un anno, non rasserena gli addetti ai lavori, visto e considerato che dal 30 giugno scorso è sancita l’obbligatorietà del processo civile telematico per le cause instaurate a partire da tale data. E tale condizione non è saltata fuori da uno dei tanti proclami pre o post elettorali, ma dall’articolo 16 bis del decreto legge 179 del 2012 convertito in legge n. 221 dello stesso anno.

Tutti quelli che si aspettavano fuochi d’artificio, e non di paglia, avevano letto con attenzione anche la recentissima circolare 91995 del 27 giugno 2014 del Dipartimento Affari di Giustizia del Ministero di via Arenula. Sembrava tutto pronto, quasi chiacchiere e dichiarazioni per una volta tuonassero imperiose per una attendibilità cui il cittadino non è più abituato.

Cosa è successo? Chi ha progettato il sistema probabilmente non ha preso bene le misure. E non saranno certo mancati gli esperti, i consulenti, quelli che sanno ogni cosa, quelli che sono portati in palmo di mano per le loro inconfutabili competenze. Eppure, nonostante lavoro e soldi spesi, il sistema ha fatto cilecca.

I server e le reti di comunicazione, presumibilmente sottodimensionati o forse non sottoposti a test adeguati, sono crollati sotto il peso di un incremento esponenziale di depositi e comunicazioni telematiche marchiando a fuoco il destino del processo civile hi-tech.

Il dicastero, su cui già pesano le recenti vicende del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria portate alla luce da un magistrato coraggioso come Alfonso Sabella, adesso deve occuparsi di un’altra gatta da pelare. La stabilità e l’affidabilità di una soluzione informatica così importante non possono non essere assicurate.

Se è vero come avrebbe detto il ministero (e hanno riportato i mezzi di informazione) che sono state investite “imponenti risorse umane e finanziarie”, lo schianto digitale non è secondo a quello di navi da crociera che nel mondo sono divenute sinonimo di incapacità e adesso è bene che si facciano i nomi dei “capitani” autori di questo “inchino” del bit.

E non si venga a raccontare qualche storia di hacker o banditi. I pirati informatici hanno cose molto più serie da fare.