Sono molto legata alla città di Taranto. E’ un luogo in cui ho vissuto un importante periodo della mia vita, che mi ha permesso di entrare in contatto con una cultura fatta di gente semplice e incredibilmente forte. Una città che, ora più che mai, lotta contro un mostro chiamato Ilva. Lotta per affermare il proprio desiderio di essere libera.

Proprio per questo, nel luglio 2012, nasce il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. “Siamo ‘liberi’  – spiegano – perché abbiamo deciso di spezzare le catene di un ricatto meschino che ci ha indotto, finora, a scegliere tra la salute e il lavoro. ‘Pensanti’ perché sino ad ora chi ha pensato per noi ci ha ridotto in questa condizione. Vogliamo partecipare alla costruzione di un percorso=mirato alla riappropriazione dei nostri diritti, senza più delegare ad altri alcunché”.

Ognuno di loro ha una storia sulla quale aleggia il fantasma dell’Ilva e alcuni hanno lavorato in quell’acciaieria per anni, prima di capire che era giunto il momento di dire basta. Ho conosciuto Aldo tramite amici e a colpirmi, è stato il modo in cui parlavano di lui e la grande stima nei suoi confronti “Aldo è il tarantino migliore che conosca”. Io non so se lo è davvero, ma di sicuro è l’anima e il cuore del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti.

Mi ha raccontato la sua storia con grande generosità perché – come dice lui stesso – “la mia storia è la storia di ogni operaio Ilva di questa città, né più né meno”.

Cataldo, che gli amici chiamano Aldo, è un operaio Ilva dal febbraio del 1998. All’epoca ha ventisette anni e ha da poco sposato Maria. Vivono a Taranto con pochi mezzi: devono far fronte all’affitto della casa , non possono permettersi di avere l’automobile e hanno contratto dei debiti che pagano con molti sacrifici. Una mattina però, le cose cambiano e la tanto attesa occasione della vita arriva: Aldo riceve un telegramma da parte dell’Ilva, il più grande colosso industriale per la lavorazione dell’acciaio in Europa. A Taranto è situato il più importante stabilimento italiano, la più grande e proficua fonte di lavoro del sud Italia. Apre la busta con l’emozione di un bambino e ne legge il contenuto. È assunto! Ha un lavoro, uno di quelli che i ragazzi della sua età nemmeno si sognano, un’occasione d’oro e d’acciaio; dopo aver lavorato nell’edilizia per tanto tempo, finalmente si prospetta la possibilità di un futuro assicurato. Citofona a Maria, urlando di gioia sale le scale “a quattro a quattro”-come racconta lui stesso- e corre ad abbracciare la moglie incredula.

Ma ciò che allora sembrò una fortuna, una meravigliosa opportunità, era in realtà frutto di una vera e propria strategia di ricatto occupazionale. Aldo spiega in maniera esauriente la logica che, a suo parere,  governava tutto il sistema di assunzioni all’Ilva: “Assumevano giovani parenti o amici dei dipendenti anziani che avevano dei contratti a termine, in cambio della promessa di una eventuale trasformazione in contratti a tempo indeterminato. In questo modo tenevano per la gola gli anziani e per le palle i più giovani perché quei contratti non cambiavano mai e anzi, le condizioni di lavoro diventavano sempre più difficili, ma soprattutto ci avvelenavano poco alla volta. Chi però provava a lamentarsi, veniva minacciato di licenziamento. Nessuno poteva permettersi di perdere il lavoro, perché l’alternativa, in una città come Taranto era fare la fame, così abbassavamo la testa, convinti di non avere altra scelta. E mentre noi subivamo questo ricatto, loro festeggiavano i premi di produzione con cene da migliaia di euro”. Oltre al ricatto, Aldo e gli altri operai, subivano anche pressioni di ogni tipo, compresa la presenza continua di controllori che li sorvegliavano di nascosto.

“Sono andato a lavorare persino con la febbre – continua Aldo- non mi sono mai rifiutato di arrampicarmi pericolosamente, non mi sono mai spaventato per le esplosioni o per un morto di tanto in tanto, qua e là per lo stabilimento. Lavoravo per lo più al ripristino lance, al penultimo piano dell’ acciaieria, l’equivalente di un nono/ decimo piano di un edificio normale. In quegli anni, i fenomeni di “slooping” erano continui (ossia l’utilizzo improprio di 6 torce che provocano un’intensa nube rossastra che disperdendosi nel cielo inquina l’aria). C’erano dei fiduciari nascosti nei pulpiti, che cronometravano i gruisti e se il gruista impiegava troppo tempo a svolgere il suo lavoro, veniva punito. Più veloce era la colata della ghisa nel convertitore e più corpose e dense erano le nubi di fumo che invadevano i piani alti. Come quando versi velocemente la birra in un bicchiere e vedi la schiuma traboccare. A volte non si riusciva a vedere a 5 metri di distanza. Il reparto era tutto chiuso per evitare che il troppo fumo potesse dare nell’occhio. Dunque nessuna finestra verso cui correre in caso di pericolo, nessuna via di fuga”.

Aldo racconta in maniera calma e lucida, come se parlasse di cose accadute ieri; ha impresso nella mente ogni singolo attimo in quella fabbrica, ogni episodio, ogni cosa.

“Taranto ha gridato sempre il suo dramma, ma nessuno l’ha ascoltata – conclude-  lo Stato italiano per primo  si è ripetutamente fatto sordo e cieco di fronte alla nostra tragedia. Ma adesso basta. Il nostro Comitato è nato proprio per dire ‘no’ ai ricatti e ‘sì’ ai diritti e per dare finalmente voce alla città intera, non soltanto ai lavoratori Ilva. Siamo tutti uniti in questa lotta e fieri di portarla avanti, per il bene di Taranto e dei nostri figli che la abitano”.