Serrata di due giorni alle cave di marmo di tutto il distretto delle Apuane e della Versilia. Una protesta che non si vedeva da decenni, dai tempi delle rivendicazioni sindacali per la diminuzione dell’orario di lavoro, e che arriva a pochi giorni dall’approvazione da parte della commissione ambiente della Regione Toscana del piano paesaggistico. Un piano che – secondo gli industriali del marmo – denigra le cave “considerandole distruzione e non parte del paesaggio”. Delusi, però, anche gli ambientalisti che invece chiedono da tempo la chiusura delle cave, almeno all’interno dell’area protetta del Parco delle Alpi Apuane e hanno già organizzato un pullman per Firenze domani 1 luglio per consegnare al consiglio regionale le circa 80mila firme raccolte dalla petizione online “contro la distruzione delle Alpi Apuane”.

Contestualmente Italia Nostra rende noto un dossier, elaborato della consigliera nazionale Franca Leverotti, recapitato nei giorni scorsi alla Commissione Ambiente europea, in cui Regione Toscana e ministero dell’Ambiente vengono denunciati per violazione delle norme comunitarie in campo di tutela della zone protette e delle risorse idriche. Trenta pagine, con tanto di relazioni Arpat, mappe e foto, che rivelano come nel Parco delle Alpi Apuane, dal 2011 patrimonio Unesco, si continui a estrarre marmo anche in aree protette da una direttiva europea, la Rete Natura 2000, principale strumento dell’Unione Europea per la conservazione della biodiversità. Questo perché le concessioni di scavo verrebbero date attraverso una cartografia “fasulla” che non rispecchia i reali confini del parco, causando l’invasione delle cave in aree protette. A questo si aggiungono i bacini idrici che – stando al dossier dell’associazione ambientalista – sono a rischio.

Istituito nel 1985, tutelato da un ente nel 1996 e inserito, poi, nei Geoparchi Unesco nel 2011, il parco si estende per 54mila ettari in due Province – Lucca e Massa-Carrara – e 22 Comuni e comprende al suo interno innumerevoli siti di interesse ambientale e naturalistico di livello nazionale ed europeo, ma, appunto, anche una miriade di bacini marmiferi. Nei primi mesi dell’anno il vento sembrava cambiato: l’assessore regionale all’urbanistica, Anna Marson, aveva inserito nel Piano paesaggistico – in discussione in questi giorni in consiglio regionale – un punto proprio sulle cave del Parco, stabilendo che dovessero chiudere tutte quelle circondate dall’area protetta.

Circa 60 le cave attive, l’80% delle quali completamente circondate dall’area tutelata e quindi a rischio chiusura. Immediatamente, però, sono state alzate le barricate dagli industriali del marmo che, riuniti nel Coordinamento delle imprese lapidee dell’Apuo-Versiliese, hanno impugnato di fronte al Tar di Firenze la proposta della giunta regionale e chiesto le dimissioni della Marson. Schierati contro anche alcuni consiglieri regionali di maggioranza, espressione dei territori della Lunigiana e della Garfagnana e, inaspettatamente, anche lo stesso presidente dell’Ente Parco Alpi Apuane, Alberto Putamorsi. La partita è stata giocata sui numeri dell’occupazione: i pro-cave parlavano di 1500 posti di lavoro a rischio, diventati poi 5000. E alla fine dalla Regione è arrivato il dietrofront: il piano, nella parte relativa alle cave, è stato completamente stravolto.

La “graduale chiusura delle cave” è sparita, lasciando il posto alle regole per la valutazione di impatto ambientale per autorizzare le future escavazioni, che consentono anche l’ampliamento delle cave in aree contigue a quelle già esistenti e la riapertura di cave dismesse anche da 20 anni. Punto, quest’ultimo, che ha visto l’opposizione delle due consigliere regionali Marta Gazzarri, dell’Idv – stesso partito della Marson – e Monica Sgherri della Federazione della Sinistra e Verdi, che hanno fatto sapere che presenteranno emendamenti in consiglio per ridurre almeno gli anni da 20 a 10. A favore di questo piano tutti gli altri consiglieri. “Il problema della bozza iniziale era di natura economica – spiega il consigliere Loris Rossetti, del Pd – Troppi i posti a rischio. Con il nuovo orientamento cerchiamo di valorizzare la filiera corta e di chiedere agli industriali di finanziare il Parco con i guadagni dell’escavazione”.  Ma anche questa versione del piano non piace ancora agli industriali che hanno indetto lo sciopero di due giorni. “La serrata potrebbe essere rappresentata attraverso due slogan – spiega il presidente di Confindustria di Massa Carrara, Giuseppe Baccioli – da una parte rivendichiamo il diritto alle cave di essere paesaggio. E dall’altra che siano prodotto della evoluzione, sinergica, dell’ambiente naturale e degli insediamenti umani”.

Secondo il dossier di Italia Nostra le concessioni di scavo all’interno del Parco vengano concesse in base a una cartografia “costruita senza criteri scientifici”, causando l’occupazione da parte delle cave di siti protetti di Rete Natura 2000, in particolare 18 Sic – sito di interesse comunitario – e una vasta Zps, ossia una zona di protezione speciale per gli uccelli. Questo – fa sapere la Leverotti – nonostante la Regione sia in possesso di una carta scientifica che riproduce esattamente i bacini di cava, quella prodotta da tecnici della Regione, in collaborazione con l’Università di Pisa, nota come carta Ertag. In altre parole, dall’istituzione del Parco, si continua – e si continuerà – a scavare in aree protette, come nell’Orto di Donna e Solco di Equi, località di particolare pregio ambientale – teoricamente protetta dal Codice dei Beni Culturali e Ambientali – per la presenza di un circo glaciale e del Pizzo d’Uccello, l’unica parete verticale della Toscana: qui ci sono quattro “piccole” cave. L’aggravante, secondo Franca Leverotti, è che ad oggi non si siano mai bloccate le concessioni, nonostante il Parco sia diventato nel frattempo anche patrimonio Unesco. 

A rischio, poi, secondo Italia Nostra, anche i bacini idrici. Le Apuane, infatti, si contraddistinguono per il complesso sistema carsico, costituito da grotte, abissi, fiumi sotterranei e laghi che riemergono a chilometri di distanza. Una sorgente, in altre parole, può raccogliere acqua da versanti diversi e molto lontani. “Questo impone – spiega la Leverotti – di valutare con attenzione particolare la dislocazione delle singole cave e soprattutto pone seri problemi allo scavo in galleria”. Ma non sempre avviene. I casi di inquinamento delle acque da marmettola (la polvere di marmo solitamente destinata ad essere scartata) non mancano. Uno dei tanti è quello segnalato dal funzionario dell’Arpat di Firenze, Francesco Mantelli – citato nel dossier – relativa al complesso del Corchia uno dei più importanti sistemi carsici a livello mondiale, inquinato da marmettola nel luglio e agosto 2011. Secondo uno studio del 2001 – prodotto in un periodo in cui l’attività estrattiva era notevolmente inferiore a quella di oggi – alla sola sorgente grande del Cartaro, che alimenta l’acquedotto massese, arrivano 400 tonnellate annue di “sedimenti di origine antropica”, cioè marmettola. “L’attività di scavo – si legge nella denuncia – associata alla violazione delle prescrizioni imposte ai piani di coltivazione e alla trascuratezza delle norme di salvaguardia emesse dal Parco, comporta che, a seguito di eventi occasionali come piogge abbondanti e disattenzione, si sversino olii esausti e marmettola, cioè polvere prodotta dal taglio del marmo, i quali penetrando nelle fratture carsiche inquinano le sorgenti a valle”.

Il presidente del Parco, Alberto Putamorsi, contattato da ilfattoquotidiano.it commenta sarcastico: “Quella – riferendosi alla consigliera di Italia Nostra – non fa altro che denunciare, sa fare solo quello. Ed è anni che le ripetiamo la stessa cosa. Le cave c’erano già prima che venisse istituito il Parco, ci sono da duemila anni. E la sua opinione personale non servirà a chiuderle. Inoltre le aree contigue di cava rappresentano nemmeno il 4% del totale del Parco. Il restante è tutelato”. Fu lui uno dei primi a opporsi al Piano paesaggistico regionale nella sua versione iniziale. Uomo del Pd, ex socialista e da poco convertitosi alla causa renziana, Putamorsi ha salito tutta la scala gerarchica del potere: da consigliere comunale a Fivizzano (anche negli anni in cui era sindaco Sandro Bondi) ad assessore e, infine, sindaco. È arrivato poi in Provincia di Massa Carrara, dove è stato prima consigliere poi assessore. E infine al Parco: da vice-presidente a presidente. Nominato nel gennaio del 2013, in una partita che si è giocata tutta all’interno del Pd – l’altro candidato era Federico Binaglia, ex sindaco di Montignoso – aveva promesso di dimezzare l’escavazione del marmo nel Parco entro quattro anni, cambiando, a quanto pare, idea poco dopo.