“Avete sentito le temperature là fuori? Mi volete morto?”. Yaya Touré aveva fatto la sua scelta prima che il Ramadan iniziasse e che la sua Costa d’Avorio fosse eliminata dall’ennesimo miracolo sportivo della Grecia. Il centrocampista del Manchester City, tra i calciatori musulmani più famosi, era stato chiaro sin dall’inizio: con le condizioni climatiche brasiliane praticare il digiuno sacro sarebbe pericoloso. Come lui non ha voluto modo di sperimentarlo nemmeno Sulley Muntari, giocatore del Ghana che cinque anni fa scatenò il dibattito attorno al Ramadan in Italia dopo una sostituzione di Josè Mourinho. Era debilitato dalla sete e non riusciva a reggere il caldo di agosto, disse l’allenatore di Setubal.

Per molti fedeli musulmani il nono mese è iniziato il 28 giugno e quest’anno cade in concomitanza con il Mondiale. In Brasile le partite si giocano durante il giorno e privarsi di cibo e acqua vorrebbe dire rinunciare a scendere in campo, oppure sottoporsi a seri rischi di salute. Pochi hanno creduto alle parole del capo dello staff medico della Fifa Jiri Dvorak, secondo cui i giocatori che faranno digiuno “non subiranno riduzioni del rendimento fisico”. In Algeria il dibattito sulla possibilità di dispensare i giocatori prosegue anche in queste ore. Le Volpi del deserto hanno raggiunto la seconda fase della Coppa per la prima volta nella loro storia. Dopo il pareggio con la Russia la festa per le strade di Algeri, così come nelle principali città francesi, pareva non dovesse finire mai. I ragazzi di Halilodzic sono in gran forma e ora se la devono vedere con la Germania.

Era girata voce che fosse stato proprio il ct bosniaco a chiedere ai suoi ragazzi di rinunciare al digiuno, ma la federazione algerina ha smentito. “Il mister è molto rispettoso della fede dei giocatori e ha lasciato loro piena libertà di scelta” hanno scritto in un comunicato. Anche la politica ha voluto dire la sua. Nelle scorse ore Muhammad Sharif Qaher, esponente del Supremo consiglio islamico del paese, ha emesso una fatwa per liberare gli atleti della nazionale dal vincolo del digiuno. Secondo Qaher la sharia autorizza i giocatori a mangiare perché sono in viaggio. Non tutti la pensano come lui: secondo Muhammad Mukarkab, membro dell’Associazione degli ulema algerini, non è lecito saltare il digiuno perché Feghouli e compagni sono in Brasile per giocare a pallone e non per “curare una malattia o per motivi di studio”.

Prima il Coordinamento nazionale degli imam di Algeria aveva fatto un timido tentativo per chiedere alla Fifa di programmare le partite dei biancoverdi di notte. La stessa questione si pone per la Nigeria, l’altra squadra del continente africano rimasta in corsa con una rosa composta per metà da musulmani praticanti. Anche in questo caso Keshi e le istituzioni sportive hanno lasciato libertà di scelta ai giocatori, ma il clima è reso particolarmente pesante dagli attentati di Boko Haram durante le partite della nazionale. Nelle squadre europee i fedeli sono numerosi. A cominciare dalla Francia, dove Benzema, Pogba, Sissoko e Sakho hanno abbracciato l’Islam. Bacary Sagna ha detto che “ogni decisione va rispettata perché è assolutamente personale”, ma nessuno digiunerà tra i Bleus. Nella Germania Mustaphi, Khedira e Ozil si alimenteranno regolarmente perché, ha fatto sapere il campione dell’Arsenal, “la disidratazione sarebbe un grosso guaio”.

Stesso discorso per la svizzera multietnica di Behrami, Inler e Shaqiri e il Belgio di Dembele, Januzaj e Fellaini. La scelta appare quasi obbligata in una competizione dove l’atletismo e la capacità di resistere a condizioni proibitive contano come i piedi buoni. Inoltre ci sono ottime possibilità che il match si trascini fino ai supplementari, regalando mezz’ora di ulteriore agonia a chi scende in campo. I giornali internazionali, infine, si domandano se digiunerà o meno il capitano dell’Olanda Robin Van Persie, che ieri ha staccato il ticket per i quarti di finale. E’ sposato con una donna marocchina e si dice che si sia convertito all’Islam. Lui si limita a non rispondere alle domande: la religione è un fatto privato.