Triste, solitario y final. L’uscita di scena al primo turno (come a Sudafrica 2010) dopo la batosta con l’Uruguay le dimissioni del presidente federale Abete e del ct Prandelli impongono un ripensamento generale della struttura del sistema-calcio nazionale. Lo chiede persino quella grande stampa che per anni ha appoggiato e applaudito ogni decisione dell’ex tecnico della Fiorentina e del presidente federale. Finito il tempo delle recriminazioni, urge guardare avanti. E, soprattutto, immaginare un altro sistema calcio possibile, che non passerà certo dall’ingaggio come nuovo c.t. di Allegri, Spalletti o Mancini affidando loro ruoli salvifici. Il calcio italiano che negli anni ’90, inflazionato dalle bolle speculative dei vari Tanzi e Cragnotti, dominava il mondo è un lontano ricordo: oggi le nostre squadre per il coefficiente Uefa valgono meno di quelle del Portogallo.

I nostri club, del resto, sono incapaci di attuare strategie economiche di sviluppo che partendo dai settori giovanili guardino poi a concetti ancora intraducibili in italiano come brand, marketing, merchandising. Risultato? Le società restano prigioniere dei diritti televisivi e gli stadi italiani fanno meno spettatori in media della seconda serie tedesca. La prima incassa dieci, l’ultima uno, e quel dieci è il 60% delle entrate generali. Un’anomalia che non trova paragoni. In Inghilterra, ad esempio, la prima incassa sei e l’ultima quattro e quel sei è comunque il 30% dei ricavi totali: in tal modo, l’equa distribuzione aiuta la competizione necessaria per la crescita. L’Inghilterra vola nel calcio globale da Bangkok a Bogotà, l’Italia arranca nelle retrovie tra Cuneo e Reggio Calabria. Certo loro non vincono un Mondiale dal 1966, ma gli azzurri lo hanno vinto nel 1982 dopo il Totonero e nel 2006 dopo Calciopoli, per dire.

Non è però solo questione di club e di ricavi, servano gli esempi dell’Atletico Madrid che stava per vincere una Champions League con fatturati inferiori alle prime sette/otto squadre della Serie A, o della Costa Rica e dell’Uruguay, i paesi che hanno eliminato l’Italia e la cui popolazione messa insieme non fa quella delle Province di Milano e Roma. Non è nemmeno questione di esterofilia. Oggi è passato di moda il modello inglese e s’invoca il modello tedesco. Anche lì si arrivava da cocenti delusioni e si è ripartiti da zero in una lunga, faticosa e silenziosa marcia che dopo molte batoste e periodi di secca ha portato il calcio tedesco all’avanguardia nello sviluppo del sistema calcio: dagli stadi al rapporto con le tifoserie, dalla cura dei settori giovanili a una nazionale vincente e multietnica. Ovviamente la sovrastruttura calcistica dipende dalla struttura economica e dal tessuto sociale del paese; se per la prima è impossibile prescindere dalla drammatica crisi tedesca del post unificazione e dal suo nuovo ruolo di locomotiva, il secondo potrebbe ricevere nuova linfa da una riforma oramai necessaria del diritto di cittadinanza.

Se in Italia, paese che non solo non applica lo ius soli ma dove lo ius sanguinis è tra i più restrittivi d’Europa, il capro espiatorio nel 2014 è ancora il nero Balotelli, in Germania dal nuovo millennio basta che uno dei due genitori abbia un permesso di residenza permanente da almeno tre anni per considerare il nascituro cittadino tedesco. Come in Belgio, dove si diventa subito belgi se si è nati sul territorio o alla maggiore età se uno dei due genitori vi risiede da almeno dieci anni. E al Belgio dei Curtuois, Witsel, De Bruyne, Fellaini, Lukaku e Hazard va guardato, al di là dei risultati. Su Internazionale di questa settimana è stato tradotto un lungo reportage calcistico di Sam Khight del Grantland. Il giornalista parla con Michel Sablon 67 anni, che nel 1986 era vice allenatore della nazionale di fenomeni di Scifo, l’ultima edizione valida dei Diavoli Rossi prima di un lungo declino. Da dieci anni Sablon fa il direttore tecnico della nazionale belga.

Il suo è stato un lavoro immenso: ha seguito per anni tutti i tornei giovanili del paese, ha chiesto ad una Università di selezionare 1.600 ore di filmati delle accademie, è arrivato a una decisione. Oggi in Belgio, ad esempio, ogni squadra giovanile gioca con il sistema 4-3-3: prima dei sette anni si gioca due contro due, dai sette ai nove cinque contro cinque, dai nove ai dodici otto contro otto a metà campo, dopo i dodici si gioca undici contro undici a campo intero e si scoprono i lanci lunghi. Poi il paese finalmente multietnico – a caro prezzo di colonie e genocidi, per carità – ha fatto il resto. In Italia il vicepresidente federale Albertini, al quale vanno altrimenti imputate molte delle medesime responsabilità di Abete, ci ha provato a fare determinate riforme, coadiuvato da Sacchi come responsabile dei settori giovanili della nazionale azzurra. Invece di aspettare il gol di Godin, Albertini si è dimesso prima del Mondiale, motivando che nel calcio italiano è impossibile cambiare lo status quo. Se si vuole aspettare l’italico “uomo della provvidenza” è un conto, se si vuole rifondare il calcio è meglio aspettarsi anni bui di sudore e fatica e di nessuna vittoria catartica dopo l’ennesimo scandalo. Quanti sarebbero davvero disposti ad accettarlo?

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