Smilitarizzare le Fiamme gialle, rendere trasparenti i trasferimenti, le promozioni; creare un sindacato che controlli ciò che succede ai vertici e tuteli i 65 mila finanzieri; abolire un sistema che ha portato agli scandali di cui ormai, ogni settimana, sono piene le pagine delle cronache dei giornali. Parte dall’Emilia Romagna la proposta di un gruppo di finanzieri perché il corpo della polizia economica e finanziaria italiana sia riformato, soprattutto a partire dal funzionamento dei vertici. Le sezioni regionali emiliano-romagnole dell’associazione Ficiesse (4 mila aderenti tra finanzieri, in servizio e in pensione, e cittadini), nata nel 1999 per portare un segnale di democrazia nel corpo militare più antico d’Italia, lancia la sua proposta e lo fa rivolgendosi direttamente alla politica: “L’occasione – spiegano a ilfattoquotidiano.it Francesco Scarlino, segretario dell’associazione a Bologna e Carlo Germi, membro del direttivo nazionale ed ex segretario nazionale, entrambi andati recentemente in pensione – potrebbe essere la promessa riforma della Pubblica amministrazione, nella quale potrebbe essere introdotto un emendamento parlamentare per trasformare un Corpo militare in un’organizzazione specializzata nel contrasto all’evasione fiscale ed ai controlli in campo economico- finanziario”.

Il clamore per i nomi di primo piano della Guardia di finanza (quello di Emilio Spaziante, ex comandante in seconda, finito agli arresti nell’inchiesta Mose, quello del suo successore, il generale Vito Bardi e quello del comandante provinciale di Livorno Fabio Massimo Mendella) spuntati dalle carte per le inchieste sulle tangenti, risuona ancora tra i corridoi dell’associazione: “Al di là degli episodi attuali tuttora al vaglio della magistratura, bisogna chiedersi la ragione degli scandali periodici che scuotono la Guardia di Finanza”, spiegano alla Ficiesse. La storia dell’Italia repubblicana è costellata di vicende che hanno sporcato l’immagine della nostra divisa: “Si parte dallo ‘scandalo dei petroli’, che ha visto coinvolti il comandante generale dell’epoca e il capo di Stato maggiore, per arrivare alla P2, nei cui elenchi figuravano numerosi finanzieri di ogni ordine e grado, con in testa il comandante generale di allora, a Tangentopoli, allo scandalo veneziano del 2003, ai più recenti episodi, la P4 a Napoli, il Mose di Venezia e ultimo il caso Mendella, per parlare soltanto dei casi più eclatanti”.

Di certo le ‘distorsioni’ non si esaurirebbero solo con la smilitarizzazione e la conseguente sindacalizzazione. Secondo l’associazione è necessario ridurre drasticamente i troppi e incontrollabili livelli di comando distribuiti nell’ambito territoriale. In più ci sarebbe da mettere mano al sistema dei trasferimenti e degli avanzamenti. Il tutto ora è in capo al Comandante generale, che nelle decisioni non deve rendere conto a nessuno. Si consulta solo con il Consiglio Superiore della Guardia di Finanza, composto dai più alti vertici delle Fiamme gialle. Un organismo dalle dinamiche sconosciute ai più. Un consiglio, spiegano Scarlino e Germi, “il cui funzionamento nessuno conosce bene”: “Il Consiglio superiore, di cui si incontra una disciplina sommaria solo nel 1997, cresce via via di importanza nella vita della Guardia di Finanza. Giustificabile sino a che il Comandante Generale del Corpo proveniva dall’Esercito, non più necessario da che il Comandante proviene dal Corpo, ha, a nostro avviso, consentito il formarsi di ‘cordate’ che nel tempo hanno determinato vita, morte e miracoli di molti appartenenti, con tutte le implicazioni e conseguenze immaginabili. Il fatto di poter discrezionalmente incidere sulla vita di un dipendente e spesso anche della sua famiglia, può far comprendere come sia possibile condizionarne o, comunque, indirizzarne l’operato”.

Episodi che ritornano simili, anche se è sempre difficile trovarne testimonianza. “Impressionante ad esempio”, concludono Germi e Scarlino, “la storia del capitano Samuel Bolis, (raccontata dal Fatto Quotidiano ndr). In servizio a Padova, mentre indagava in prima linea sulla ditta Mantovani in quelli che sarebbero stati i primi passi della maxi inchiesta sul Mose, da un giorno all’altro viene trasferito lontano, a San Severo, in provincia di Foggia”. Un caso? Dalle carte dell’inchiesta emergerà che gli indagati consideravano “troppo zelante” il finanziere nelle sue verifiche fiscali”. Ora, secondo Ficiesse, è tempo di dare una svolta: “Molti degli episodi di corruzione accaduti nel tempo, derivanti da una cattiva gestione dell’ organizzazione, si sarebbero potuti individuare e circoscrivere se fosse esistita nella Guardia di Finanza una forma vera di rappresentanza del personale, un sistema di tipo sindacale che avesse potuto costituire un contrappeso rispetto ad un potere gerarchico-funzionale, che, spesso incontrollato, era diventato autoreferente. La parola ora passa alla politica. “La politica parla tanto, ci ha fatto tante promesse in questi anni, ma alla fine non abbiamo ottenuto nulla di più”, spiega Carlo Germi. E a vedere gli elenchi di indagati e arrestati tra la politica, non è difficile capire perché.