Santiddio quanti commenti di maniera attorno alla partita a risiko di ieri, giocata in streaming tra Renzi e M5S: “riparte il dialogo”… “il quadro politico si scongela”… Niente di tutto questo, a parere dello scrivente. Semmai un puro e semplice posizionamento tattico reciproco, in cui entrambi gli speaker dei rispettivi monologhi hanno cercato di incamerare vantaggi di immagine (rispetto al corpo elettorale) e di collocazione (nel campo del mercato politico). Solo il tempo ci farà conoscere l’effettivo vincitore, designato a consuntivo sulla base dello spazio concreto di potere occupato grazie alla messa in scena condivisa. Visto che nella fase del suo svolgimento presentava aspetti di reciproco vantaggio.

Intanto il premier ottiene il risultato non da poco di ripristinare la configurazione “a due forni” di andreottiana memoria della scena parlamentare: a questo punto può scegliere – di volta in volta – l’interlocutore più conveniente (e malleabile) per far passare i provvedimenti che gli stanno a cuore. Una rendita non da poco, che ha diffuso comprensibile nervosismo nel fronte berlusconiano (e nelle appendici alfaniane), e che i Cinquestelle hanno scambiato a fronte della benevola concessione di un accreditamento quali interlocutori certificati dallo stesso Renzi. A loro volta certificando che ormai – dopo i risultati delle elezioni europee – il premier è l’asse attorno al quale ruota l’intero caravanserraglio della politica. E il M5S lo fa con il volto più ministeriabile (in prospettiva, tra qualche anno) dei suoi: il cittadino Di Maio. Non lo poteva fare, dopo gli autogol del precedente streaming, con Beppe Grillo; più adatto ai toni abbaianti che non alle piccole perfidie, a puntura di spillo, con cui il vice presidente della Camera ha cercato di marcare una diversità (labiale) rispetto allo straripante interlocutore.

Anche in questo caso il tempo dirà l’apporto alla causa pentastellata di una mossa che va nel senso di riagganciare l’elettorato di opinione, ma che può apparire un cedimento opportunistico agli occhi dello zoccolo duro del consenso identitario.

Quello che dovrebbe apparire chiaro è l’assoluta teatralità della messa in scena, stante che sui fatidici contenuti non poteva risultare altro che un dialogo tra sordi: già prima di iniziare risultava evidente come premesse e progetti non fossero mediabili. E così è stato. L’ennesima dimostrazione di come l’aspetto “gestualità” prevalga drasticamente in una politica nella quale gli attori in scena non hanno la benché minima idea di come uscire dalla crisi strutturale in atto (che si avvia a spalancare baratri in cui sembra destinato a precipitare l’intero Paese). Ragion per cui gli astuti giovanotti (atteggiati a statisti) cercano di portare a casa il massimo di vantaggi tattici, salvandosi l’anima con parole roboanti ormai prive di senso. Prima fra cui la strombazzatissima e gettonatissima “riforma”.

Intanto viene accreditata la nuova tempistica renziana dei “mille giorni,” che espande dieci volte tanto la precedente dei “cento”. La qual cosa sembra significare che l’opinione in consolidamento tra gli addetti ai lavori – Grillo compreso (tanto da far pensare a un suo disamoramento del “giocattolo” M5S) – è quella di un’inarrestabile chiusura del quadro politico, almeno sul medio periodo.

Tanto da indurre la considerazione successiva: ci stiamo preparando a scivolare in una lunga guerra di posizione, in cui i problemi che ci affliggono potranno continuare beatamente a marcire; visto che il conflitto in cui fisiologicamente i punti di crisi dovrebbero sfociare è stato radicalmente rimosso. Nella ripresa del controllo sociale totalitario da parte dal ceto politico.

Se le analogie hanno un senso, sembrerebbe un remake del biennio 1962-1964, in cui – secondo alcuni – le partite in corso nel Paese affondarono nella “grande bonaccia del mar delle Antille”. Come la chiamò Italo Calvino.

Ma allora i margini di manovra (e di resistenza) erano infinitamente maggiori.