Buccinasco, Sedriano, Leinì, Volpiano, Ventimiglia e altri comuni ancora. Le mafie preferiscono i piccoli centri del Nord. Per le organizzazioni criminali la periferia è il “cuore”. L’analisi emerge dal “Primo rapporto trimestrale sulle aree settentrionali” dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata, diretto da Nando dalla Chiesa all’Università degli studi di Milano, realizzato per la presidenza della commissione parlamentare antimafia.

I risultati di questo lavoro verranno presentati oggi pomeriggio (26 giugno) a Torino, dove Rosy Bindi presidente della commissione parlamentare antimafia e gli altri parlamentari incontreranno le commissioni antimafia di Torino e di Milano in corrispondenza con l’anniversario dell’uccisione di Bruno Caccia, magistrato ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1983 nel capoluogo piemontese. Con l’analisi dei dati demografici, del numero di omicidi, di atti intimidatori e di beni confiscati; e con la valutazione sui luoghi degli incontri e sui nascondigli di armi, quattro ricercatori hanno studiato l’insediamento del crimine organizzato al nord. “La diffusione del fenomeno mafioso avviene soprattutto attraverso il fittissimo reticolo dei comuni di dimensioni minori – si legge – È soprattutto nei piccoli comuni che si costruisce una capacità di controllo del territorio, di condizionamento delle pubbliche amministrazioni locali, di conseguimento di posizioni di monopolio nei settori basilari dell’economia mafiosa”.

Non solo. In questi centri “è possibile costruire, grazie ai movimenti migratori, estese e solide reti di lealtà fondate sul vincolo di corregionalità”, reti consolidate dalle parentele e in stretto legame coi i paesi del sud da cui arrivano. Inoltre nei piccoli comuni mancano presìdi delle forze dell’ordine capaci di fronteggiare da soli il fenomeno. E qui, alle elezioni, è possibile diventare l’ago della bilancia “grazie alla disponibilità di un piccolo numero di preferenze”. Anche se, viene precisato nelle conclusioni, “non sembrano tuttavia disporre di amplissimi ‘pacchetti’ di consensi”: riescono a influenzare “solo” il voto nei comuni più piccoli, senza ottenere successi diretti delle “loro” liste civiche e senza ottenere risultati importanti nelle elezioni maggiori.

Nella ricerca dell’Osservatorio si vagliano anche i risultati emersi dalle indagini come “Cerberus” e “Infinito” in Lombardia, “Minotauro” e “Albachiara” in Piemonte e “Maglio 3” in Liguria, solo per citarne alcune. Tutte le aree del Nord Italia, Emilia-Romagna compresa, vengono analizzate e nessuna zona sembra libera dai rischi di infiltrazioni. Se è nota la presenza di gruppi mafiosi (in particolare la ‘ndrangheta) nelle grandi città come Milano, Torino, Genova e Bologna, non bisogna sottovalutare i segnali provenienti da altre aree, come la “preoccupante effervescenza criminale” vicino al lago di Garda o la situazione di Lodi con “l’aumento degli incendi che hanno colpito diverse attività economiche e che sono riconducibili a soggetti legali alla ‘ndrangheta”.

Nella provincia di Torino si registra un “ingente numero di beni confiscati”, tre consigli comunali sciolti per infiltrazioni mafiose, “un numero imponente di atti intimidatori a carico di ignoti” e sei minacce nei confronti di amministratori locali. Nella Valle d’Aosta, dove non sono state scoperte ‘ndrine e dove non ci sono confische definitive, sono avvenuti molti incendi e intimidazioni. In Liguria non ci sono state condanne per 416bis e gli omicidi sono rarissimi, ma la presenza delle organizzazioni criminali è documentata dalle indagini ed è evidenziata dai moltissimi atti intimidatori. In Emilia Romagna ‘ndrangheta, camorra e Cosa nostra (in maniera inferiore) sono presenti in quasi tutte le province, dove diversificano i loro interessi economici.

Il Triveneto invece si distingue dal resto per una maggiore presenza della camorra, anche se ancora non si registrano “processi di colonizzazione”. “Il fenomeno mafioso appare nel nord in crescita costante”, si legge nel report. “Si avverte nel complesso un movimento uniforme e profondo che interessa la maggioranza delle provincie settentrionali e ne mette a rischio sia l’economia sia gli schemi di condotta amministrativa e politica”.

L’espansione è stata “favorita da processi di sottovalutazione e di rimozione che coinvolgono di norma la maggior parte dei protagonisti della vita pubblica”. Solo negli ultimissimi anni le istituzioni hanno iniziato a fornire risposte adeguate ma, spiegano i ricercatori, è importante continuare a controllare il fenomeno: solo con una conoscenza approfondita si possono ideare efficaci azioni di contrasto all’espansione delle mafie.

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