Ma che bello, ma che piacere, la ringrazio per la chiarezza, ci tengo davvero, finalmente un confronto serio e civile, complimenti per la trasmissione… Matteo Renzi deve essersi reso conto in extremis che lo si notava di più se si presentava allo streaming e coerentemente al suo stile è andato fino in fondo; non solo è andato, ma ha giocato la carta “figliol prodigo”, il buon pastore lieto di riabbracciare le pecore nere. Mai era stato così cerimonioso e accogliente, sembrava avesse dimenticato soltanto due pasticcini (ma forse li aveva dimenticati la Moretti, altrimenti non si capisce il senso della sua presenza).

Previdente, il premier, perché al quarto round anche il Movimento lo si nota di più se decide di confrontarsi. Questa, che in fondo poteva suonare come una replica, è stata invece una prima volta inevitabile. A che serve rivoluzionare la comunicazione, inseguire il fantasma della democrazia di base, se poi si fa scena muta? Se devi sbattere una porta in faccia, forse fai prima a non aprirla nemmeno, quella porta. Se invece ci si trova a discutere sulle regole almeno in apparenza senza filtri, laddove i partiti tradizionali si infrattano al Nazareno come amanti al motel, la differenza balza agli occhi.

Renzi deve averlo capito, e ha sposato per primo questo cambio di passo, sapeva di giocare in casa e almeno per la prima parte dell’incontro il fattore campo ha pesato. Dal punto di vista mediatico i Cinque stelle sono prigionieri della loro faccia feroce; smetterla, “uscire dal blog”, è rischioso quanto abbandonarla, ma quello che proprio non si può fare è tenere i piedi in due scarpe. Grillo lo si è notato di più perché non è venuto, ma la vera incognita stava nel capire chi avrebbe riempito quel vuoto. La sensazione è che Luigi Di Maio possa farcela, ma vanno migliorati cast e scenografia.

La sala di Montecitorio faceva molto consiglio di amministrazione; niente a vedere con l’effetto “notte prima degli esami” del terreo faccia a faccia Bersani-Lombardi-Crimi e anche col precedente match Matteo-Beppe, che sembrava sceneggiato dall’Antonioni della trilogia dell’incomunicabilità. Questa volta, più arsenico e vecchi merletti. Brevi scambi di battute con Renzi che vinceva ai punti, ma senza mai mandare a tappeto Di Maio. “Vi siete rimangiati la parola data”, “Anche voi avevate detto che Bersani sarebbe diventato presidente del consiglio”, “È colpa vostra se non è successo…”.

Da antologia il momento in cui si sono interrotti per dirsi che non si interrompevano. A un certo punto Renzi ha evocato pure il fantasma di Ric e Gian, forse non del tutto casualmente. Un pericolo che Di Maio e il Movimento, smettendo la faccia feroce, non devono sottovalutare. Attenti a quei due.

Il Fatto Quotidiano, 26 giugno 2014