Non è una rivoluzione, ma un segnale importante d’inversione di tendenza. Una tendenza sciagurata e strisciante – l’impennata dei medici che praticano l’obiezione di coscienza – che in questi anni ha svuotato progressivamente la legge, rendendo sempre più impervio il diritto all’interruzione di gravidanza.
Oggi, su base nazionale, gli obiettori sono il 69,3%, ma in alcune regioni, come il Lazio, raggiungono percentuali altissime, tali da non poter garantire l’interruzione di gravidanza se non a prezzo di umilianti tentativi e attese lunghissime.

Il primo fraintendimento che le linee guida emanate dal presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti spazzano via è quello che riguarda la contraccezione, prima e dopo il rapporto a rischio. Nessun medico potrà d’ora in poi – non poteva neanche prima, in realtà, come non possono le farmacie, eppure in molti rifiutavano la prescrizione per la pillola del giorno – astenersi dal rilasciare alla donna che ne faccia richiesta la ricetta per avere contraccettivi, spirale o, appunto, pillola del giorno dopo.

Seconda novità: sciogliendo, a favore della donna, un’ambiguità presente nella stessa legge, che da un lato esenta gli obiettori dagli accertamenti e dalle certificazioni necessarie all’aborto, dall’altro non li esonera in nessun caso “dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento”, stabilisce che non essendo coinvolto materialmente nella pratica dell’interruzione, il personale dei consultori familiari (a cui quasi sempre le donne si rivolgono per avere l’autorizzazione a richiedere un’interruzione), è obbligato a certificare lo stato di gravidanza e la richiesta di aborto, documenti necessari alla donna per recarsi poi in una struttura ospedaliera o in una clinica convenzionata.

“Questa decisione”, spiega la bioeticista Chiara Lalli, autrice, tra l’altro, del libro ‘C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto, come cambia l’obiezione di coscienza’ (Il Saggiatore), “impedisce ai medici di farsi scudo della cosiddetta complicità morale, che se spinta all’estremo potrebbe persino riguardare, per paradosso, il tassista che porta la donna che va ad abortire. Purtroppo però il problema dei medici obiettori ospedalieri non è risolto: ci sono ospedali dove basta che un medico vada in ferie perché il servizio venga sospeso. In più, la cultura della vergogna verso l’aborto di questi anni ha creato anche un problema ulteriore: i medici non sono più formati sull’aborto, non sanno affrontare neanche quelli spontanei, fanno pratiche vecchie”.

La decisione di Zingaretti, che già a marzo aveva eliminato l’obbligo di ricovero previsto dalla Polverini per l’assunzione della Ru486, dando il via libera al day hospital, va nella direzione giusta ma ancora non scioglie una contraddizione fondamentale: come garantire il diritto all’interruzione di gravidanza previsto dalla 194 se non c’è un tetto massimo per i medici obiettori? E come porre fine a una delle offese peggiori che una donna che non può o non vuole tenere il bimbo possa ricevere, costringendola, con sadismo e violenza, ad aspettare settimane prima di poter esercitare il suo diritto di scelta?

Il Fatto Quotidiano, 26 Giugno 2014