La poesia nasce là dove la voce incontra la parola ed è dal loro attrito che si forma il senso, o meglio quel surplus inaspettato, imprevisto e profondo di senso che chiamiamo poesia. Tempo fa, in altra sede, discutendo con un teorico accorto e competente come Paolo Giovannetti riflettevamo insieme sulla possibilità che ci fosse poesia anche ‘prima’ della parola e – pur giungendo a conclusioni non sovrapponibili (a me resta un residuo di dubbio sul fatto che possa esserci poesia senza parola, almeno quanto continuo a dubitare che possa esserci poesia senza voce) – eravamo entrambi concordi sul fatto che non a caso molti degli artisti che più avevano puntato sulla voce fossero donnee che comunque, al di là di ogni considerazione di “genere”, probabilmente anche in grandi performer uomini (da Stratos a Henri Chopin, per intenderci) la voce restava donna, nel senso che restava fortemente legata al corpo, all’emozione, al respiro e alla nascita.

Entrambe le autrici cui dedico questo Duetto, l’iraniana Ziba Karbassi e l’italiana Rosaria Lo Russo, oltre a possedere una grande perizia formale a livello letterario (cioè di scrittura), affidano una buona parte della loro scommessa artistica alla voce, dando grande rilievo all’aspetto sonoro delle loro composizioni.

Già piuttosto nota a livello internazionale, Ziba Karbassi – da tempo esule a Londra – si presenta ora anche in Italia grazie alla raccolta trilingue (fārsì, inglese ed italiano) ‘Poesie | poems’, edita da Mille Gru. Volendo invadere un campo che non è mio e di cui conosco ben poco (la poesia in fārsì), direi che leggere Karbassi mi ha riportato alla mente un’altra poetessa iraniana, Forugh Farrokhzad, anch’ella autrice di testi fortemente ‘civili’, ma declinata in forme radicalmente diverse, assai più ‘espressioniste’, aspre, esperte e debitrici di certa avanguardia occidentale, che Karbassi mescola con disinvoltura a temi e stilemi più classici. 

Poesia politica, esplicita, la sua, persino ‘epica’, ma che non rinuncia a torcere la lingua e anzi ne sfrutta tutte le possibilità sonore e di senso: dal singulto alla melodia, dalla litania alla sprezzatura, alla tenerezza, al grido, l’apparentemente esile voce di Ziba articola un fārsì reso ancora più misterioso all’orecchio occidentale dalle ripetizioni ossessive, che sembrano quasi una marca formale di Karbassi, il luogo dove Hâfez incontra il Dada, con esiti stupefacenti.

Tahmineh, Ziba Karbassi @ 30Voices from 30Voices on Vimeo.

Ne nasce una poesia assolutamente originale, che a volte strizza l’occhio alla musica e che si costruisce, letteralmente, respiro dopo respiro. «È la concentrazione sul respiro che porta il poeta a un nuovo livello di percezione – sottolinea lei stessa nella dichiarazione di poetica che apre il libro – affinando la vista e l’udito. Senza questo “elisir” del respiro la poesia è come aria senza ossigeno: il verbo e nerbo vivente della poesia nasce dalla metamorfosi delle parole che viaggiano sul respiro». Chi ha dubbi, provi ad ascoltarla sul suo SoundCloud.
 

Più rivolta al teatro, alla ‘messa in scena della poesia’ è invece Rosaria Lo Russo, certamente una delle migliori tra le autrici italiane delle ultime generazioni. Non a caso ella stessa si defisce ‘poetrice’, crasi tra ‘poeta’ ed ‘attrice’. Letterariamente raffinatissima, la poesia di Lo Russo presentata in questo vasto e strutturato volume appena edito da Zona, ‘Poema’, copre tutto l’arco del decennio fin de siècle (1990-2000) che ha visto il suo debutto e la sua affermazione sulla scena italiana. Vi sono compresi molti dei suoi testi più noti da Sanfredianina a Vrusciamundo, a Penelope, alla Sequenza orante, alla Sonettessa. La sua è una lingua impastata di molti ingredienti, fatta a strati, è il luogo dello scontro e dell’incontro di registri molteplici, spesso dissonanti e precisamente dal loro confliggere essa trae tutta la sua forza, anche vocale. E se, al contrario di Karbassi, al centro c’è un esplicito intento autobiografico, su di esso si costruisce poi una vera e propria ‘epica della voce’, come la definisce, nella sua ottima introduzione, Cecilia Bello Minciacchi, un’epica, che l’incedere a onde – a volte direi ‘a risacca’ – della voce rende ‘vertiginosa’, nell’identificarsi imprevisto di corde (vocali) e ‘radici’.
 

 
«Questa lingua estrema / questa lingua tirata alla radice / strappata alle corde / corde e radici / in gola in petto /radici cordiali / corde radicali / dalla vertigine muta affiorate».
La voce di Lo Russo intona litanie e prosodie spesso apparentemente classiche (dell’endecasillabo, ma non solo, in una varietà metrica estrema, che va dai versicoli, ai lunghi respiri alla Jahier, o alla Pagliarani), ma poi piegate a ritmi e sensi nuovi, senza mai rinunciare, quando occorre, alla tentazione di una lettura ‘espressiva’, quasi attoriale, che dialoga a distanza con una linea ‘femminile’ (un ‘canone femminile’, come lo definisce Bello Minciacchi) esplicita e dichiarata: da Anne Sexton, a Amelia Rosselli e sino a Patrizia Vicinelli e alla sua poesia integralmente performativa. A unire l’Est e l’Ovest di Karbassi e Lo Russo sta la voce, una voce più che mai donna: perché in ogni caso, come sempre in poesia, al centro c’è il corpo del poeta e il suo respiro. Ciò che in ognuno di noi, cioè, è donna.