Prandelli, mi è praticamente tutto chiaro, solo una cosa rimane oscura: cosa c’entriamo noi contribuenti? Post tragedia, lei ha imbastito un pistolotto etico che aveva come corpo centrale l’impellente necessità di non vivere un grande senso di colpa, pesando colpevolmente sulle casse dello Stato da allenatore che aveva fallito il progetto mondiale. E dunque si è irrevocabilmente dimesso. “Dopo il rinnovo del mio contratto – queste le parole del cittì azzurro – ci siamo trovati di fronte a delle aggressioni verbali, siamo diventati come un partito politico, ci siamo sentiti come persone che, secondo queste critiche, rubano soldi ai contribuenti. Io ho sempre pagato le tasse, non ho mai rubato i soldi, non ho mai trattato il mio stipendio, vado a testa alta. Non voglio sentirmi dire che rubo i soldi dei contribuenti”.  

Epperò. Epperò noi contribuenti, tirati scriteriatamente per i capelli, volevamo certificarle che se questo era il motivo dominante del suo addio alla Nazionale, poteva restare tranquillamente al suo posto. Nel senso che sulla sua onestà intellettuale nessuno ha avuto mai il benché il minimo dubbio e dunque appare fuori luogo, se non proprio strumentale, mettere oggi in carico ai cittadini l’ispirazione di un clima così cattivo per cui la conseguenza diretta e naturale è stato il disastro calcistico di questi Mondiali brasiliani.

Noi contribuenti, in realtà, siamo stati semplicemente tifosi alla finestra, in attesa che Lei, gentile Prandelli, estraesse il suo coniglio, anche un coniglietto piccino piccino, dal suo cilindro magico. E invece niente. In Spagna nell’82, il “vecio” Bearzot scommise su Paolo Rossi reduce da una lunghissima squalifica e inattivo da due anni, attirandosi – lui sì – gli strali di tutta la critica italiana. Sappiamo come finì. Lei ha scommesso su Balotelli, commettendo un errore storico. No, non un errore tecnico, chè quello era già solare in radice, ma un errore molto più grave, perché psicologico. Mentre Paolo Rossi, sul quale si potevano avere mille perplessità, venne sostenuto da tutti i compagni, convinti da Bearzot di una scelta così rischiosa (tutti poi ripagati con ampi interessi), lei non ha per nulla sondato la squadra al suo interno, che infatti, appena scoppiata la tragedia, ha schizzato il suo veleno contro quel pippone scansafatiche di Mario. Un errore capitale per una persona, un allenatore, che sul tratto psicologico, sulla conoscenza delle anime, ha costruito buona parte della sua felice carriera.

Lei ci ha portato a sbattere, caro Prandelli, prima di tutto perchè non conosceva il valore spirituale dei suoi ragazzi, elemento cardine della vittoria-coesione di Enzo Bearzot nell’82, prima ancora di quello tecnico, sul quale, detto con franchezza, non ha mai avuto le idee ben chiare.

Ci lasci dunque stare, lasci stare i contribuenti, Prandelli. Anche noi paghiamo le tasse, andiamo a testa alta e purtroppo non contrattiamo il nostro stipendio (non è mica una brutta cosa, sa?, in un’economia liberale). C’è da ragionare di calcio e sotto questo cielo le colpe stanno tutte dalla vostra parte. Auguri e un buon ritorno a una squadra di club, dove il rapporto quotidiano con i giocatori la rafforzerà psicologicamente.