“Ci hanno detto che loro sono più patrioti, ma nessuno è bravo come noi con le spalle al muro, nessuno come noi sa rialzarsi quando sembra finita, quando si è a un passo dal KO e ti devi aggrappare alle corde. E’ la nostra storia che ce lo insegna: nessuno come noi in quei momenti, quando sembra sconfitto, guarda l’avversario dritto negli occhi. Noi non molliamo, noi siamo l’Italia, noi non siamo nati per perdere”. Nonostante l’introduzione di Fabio Caressa, abbiamo perso e siamo tornati a casa. Una delle poche conseguenze positive della disfatta di ieri è che potremo finalmente fare a meno dell’insopportabile retorica che invade la tv italiana quando gioca la Nazionale.

Da Sky alla Rai, passando per Mediaset e La7, è tutta un’esplosione di inedito spirito patriottico. Uno sciovinismo posticcio che fa ridere e intimorisce allo stesso tempo, che dimostra ancora una volta come il calcio, anche e soprattutto in Italia, sia in grado di stuzzicare gli istinti più bassi, di parlare non alla pancia del paese, ma all’intestino. Le introduzioni di Caressa sono così faziose per sua personalissima scelta e puntano a esaltare lo spettatore, a coinvolgerlo nella narrazione di quella che smette di essere una partita di calcio e si trasforma in qualcosa di indistinto, a metà tra racconto epico e farsa.

Senza scomodare Churchill (“Gli italiani perdono le guerre come fossero partite di calcio e le partite di calcio come fossero guerre”), bastava fare un giro tra i canali televisivi ieri sera, dopo la disfatta contro l’Uruguay, per restare attoniti di fronte ai rigurgiti nazionalisti di un paese che ha da tempo smarrito l’identità nazionale, quella sana. Poi, in conferenza stampa, ci ha pensato Cesare Prandelli a rincarare la dose. Analizzando la sconfitta, il commissario tecnico azzurro ha detto, tra le altre cose, che abbiamo perso anche perché non siamo patriottici. Come se una partita di calcio si vincesse lanciando la stampella di Enrico Toti e non, invece, mettendo in campo una squadra con un minimo di progetto tattico.

E i giornalisti sportivi, molti dei quali aspettano Mondiali e Olimpiadi per sfogare il loro altrimenti sopito patriottismo “de destra”, non hanno perso tempo e hanno cavalcato la disamina nazionalista di Prandelli. “In Italia non c’è senso patriottico! Fischiano anche l’inno”. O ancora: “Nel nostro campionato ci sono troppi stranieri!”. Sarà anche vero, ma quale sarebbe, precisamente, il nesso di questo disfattismo anti-italiano, bolscevico, internazionalista e con le prove imbarazzanti degli Azzurri in campo? Non è un caso, infine, che l’eroe del racconto televisivo dell’Italia di ieri sera sia stato Gianluigi Buffon, portiere imbattibile, capitano coraggioso e, cosa che evidentemente non guasta, destrissimo difensore dell’onore della Patria. E sarà anche un caso, ma su 11 giocatori spompati, a parte qualche rarissima eccezione, con chi se la prende la televisione italiana? Ma con lo “straniero” Balotelli, ovviamente, reo di non aver dimostrato vero attaccamento alla maglia. Ecco, dopo aver sofferto il giusto per l’eliminazione dell’Italia dal mondiale, ora arriva il non trascurabile aspetto consolatorio: non assisteremo più, almeno per altri quattro anni, all’insopportabile patriottismo posticcio della televisione. Lo sciovinismo catodico resterà appannaggio di quei pochi irriducibili che si occupano a modo loro del caso Marò