Giulia è convolata a nozze qualche mese fa. Matrimonio raffinato con stile. Cerimonia in chiesa (perché si sa, è più coreografico), ricevimento in un casale fuori porta con peonie e lillà ai tavoli, lanterne a sospensione country chic e torce a illuminare la notte. Foto di coppia dallo sguardo innamorato con sfondo di grano maturo. Occhiate complici sotto l’ombra di un salice secolare, nella luce diffusa di un tramonto di fine primavera.

I sorrisi degli sposi sono eterni, almeno finché durano. Quelli di Giulia e suo marito hanno tutte le premesse per durare in eterno.

Sempre che lei non scopra quello che è successo davvero la notte dell’addio al celibato

Quando si sposarono i miei, lui andò a cena fuori con qualche amico, mentre mia mamma invitò un paio di amiche per una cioccolata calda a casa sua.

Nei tempi recenti, le celebrazioni per “l’ultimo giorno di libertà”, sono diventate veri e propri eventi, che infiammano tanto gli sposi quanto gli stessi convitati.

I più alternativi (o quelli veramente convinti che la loro indipendenza abbia le ore contate) finiscono al Pachà o all’’Amnesia di Ibiza per un fine settimana da paura.

Feste a tema in stile goliardico con gli immancabili gadget fallici per le sposine, e per le più trasgressive qualche minuto sul palco con lo spogliarellista tutto muscoli, niente peli e molto olio.

Al futuro sposo, più o meno lo stesso programma ma con deviazione hard a fine serata.

Il gruppo di amici che parte per l’addio al celibato, su un pullman a noleggio per non avere grane con la patente, è un’entità a sé, gioca su un campo neutro e rispetta la prima regola del ‘Fight Club’: “non parlate mai dell’addio al celibato”. I membri – legati da un patto d’acciaio che se spezzato potrebbe affossare tutti – promettono di non tradirsi a vicenda. Salvo che poi, non si sa come, si finisce sempre per sapere tutto. Tranne le spose, ovviamente.

Perché i partecipanti, uomini sempre più lontani dal fulgore dei vent’anni, tornati ragazzi per l’occasione, rimembrando quel viaggio ad Amsterdam di due decenni prima, sanno che il silenzio è d’oro, ma la millanteria per una bischerata – magari davanti a chi non è potuto partire – lo è molto di più.

E quando a fine serata, il primo gallo comincia a sparire, in molti ne seguono le movenze e rivendicare le proprie capacità di tombeur de femmes. E nel piacere svelto, quello low-cost, si inabissano le immagini di fidanzate, figli, future spose.

Posso già sentire, in lontananza, gli echi risentiti di chi giura di non aver mai sentito nulla del genere, ma che anzi “sapessi quante donne fanno così”.

Chissà, forse sarà anche vero.

Forse, in fondo in fondo, c’è sempre un motivo più che valido per tradire, trasgredire, per farla fuori dal vaso.

Ma se così è: perché diavolo ci si sposa?

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