Galli e leoni, emioni e tartarughe, elefanti e cigni. Per una notte Vinicio Capossela li ha portati tutti sul palco del suggestivo teatro romano di Verona. L’istrionico cantautore, abbandonata la melodia del rebetiko, ha messo in scena, tra travestimenti “bestiali” e incursioni teatrali, l’esecuzione del “Carnevale degli animali” di Camille Saint-Saëns e una serie di sue canzoni edite e inedite, cucite insieme in un racconto capace di condurre il pubblico in un fantastico circo simbolico, dove l’uomo e le bestie si scambiano le parti.

“Il Carnevale degli animali e altre bestie d’amore” è il nuovo spettacolo che Capossela ha ideato con il suo ensemble, il Trio Amadei e i Solisti della Vianiner Philarmoniker. Dopo la prima al Ravenna Festival e la tappa a Verona, è in arrivo il 26 giugno a Castellazzo di Bollate con la partecipazione di Paolo Rossi nei panni di narratore e il 3 luglio a Grottaglie (Ta) alle Cave di Fantiano, per il Festival musicale città delle ceramiche.

Un viaggio in un bestiario di canzoni, intervallate da quadri vocali provenienti dalla più disparata letteratura, con l’immancabile presenza sul palco del theremin, della marimba, delle chitarre antiche e degli strumenti a tamburo. Per chi conosce Capossella, gli animali non sono mai mancati nella sua musica: polipi, cetacei e meduse hanno abitato gli abissi dell’artista con “Marinai, profeti e balene”. La sorpresa è la capacità del cantautore di creare una miscellanea tra i testi, la musica, i versi degli animali, la teatralità della scena arricchita dalle caratteristiche maschere create da Margherita Pillot. La sensazione è quella di compiere un cammino “filozofico” dando la parola agli animali come non l’ha fatto mai nessun filosofo.

Dalla marcia reale del leone in ouverture con la nota “Marajà” al socratico cigno del Fedone che ricorda la fortuna dei cigni nel balletto di Cajkovskij, Capossela e Saint-Saëns, ci accompagnano a scoprire la lentezza delle tartarughe; la leggerezza e la pesantezza dell’elefante interpretato dal contrabbasso; la follia degli emioni che galoppano nelle praterie dell’Asia e sulle note di “Arri Arri Arri”; la profondità dell’acqua con “Il polpo d’amore”.

Un gioco simbolico con il quale il fantasioso cantautore, è capace di riportare l’uomo a pensare alla sua bestialità, a specchiarsi negli animali e ritrovare una parte di sé. Una rassegna di personaggi animaleschi interpretati dallo stesso Capossela che gioca a ragliare e a far svolazzare con i costumi di scena, gli uccelli nella gabbia. Il “valzer” del nuovo spettacolo, lontano da polke e mazurke della “Banda della posta” con la quale aveva infiammato le piazze della scorsa estate, si appresta a far rivivere le nostre fantasie infantili, grazie all’immaginario artistico di un cantautore che non smette di stupire.