La Pompei paralizzata dagli scioperi viene dopo la Pompei abbandonata dai ministri che viene dopo la Pompei saccheggiata da trafficanti d’opere d’arte. La vita italiana gira tra promesse e affari: si ruba in ogni paese ma col pudore di chi prova a nascondere le malefatte sotto l’alibi che il godimento dell’arte deve essere universale. Frontiere da cancellare. In Italia abbiamo la comodità della truffa osservabile a occhio nudo. In passato anche Napoleone aveva dato buon esempio. Conquistava, impacchettava e portava al Louvre. “Eppure nessuno lo ricorda come ladro”, tesi di un fuorilegge di classe, Elie Borowski, ricettatore universale di capolavori in transito dalla sua casa-laboratorio di Basilea verso collezioni apprezzate nel mondo.

Nel ‘67 illustrava a un cronista il restauro di certi affreschi sbarcati da Pompei, parete sezionata su una barca veloce: da Napoli alla Corsica, dalla Corsica alla città svizzera dove stimati restauratori arrivati dall’Italia mediterranea tamponavano le ferite che la fretta del rubare aveva aperto nell’incanto dell’affresco. “Ogni opera contribuisce a formare una coscienza culturale in posti che gli impegni allontanano dalle meditazioni culturali. La mia missione consiste nel risvegliare interessi che arrichiscono la vita …”. Insomma, Borowsky benefattore con l’aiuto dei nostri ladri che gli davano due mani. “Agiscono al di fuori della legge solo perché non la conoscono e la loro innocenza rimane…”. Filosofia del trafficante dal sorriso che illuminava la barbetta.

Eppure il miracolo resiste a Pompei se ogni anno 2 milioni e mezzo di visitatori non si arrendono all’inerzia delle burocrazie che incarnano l’apatia di una popolazione noncurante del degrado. Potrebbe imparare da Sarajevo. Non solo la Pompei dei politici o dei conservatori d’arte. Gente di strada, impiegati, operai, soprattutto insegnanti coraggiosi, malgrado tutto. Per disarmare la resistenza di musulmani, cattolici e ortodossi uniti nella difesa della città assediata, vent’anni fa i serbi bombardavano la biblioteca di Sarajevo, custode della memoria dove la storia incrocia civiltà lontane. E i secoli diventano cenere, almeno lo si credeva. E i cronisti che raccontavano l’assedio, tra un allarme e l’altro incontravano studenti accompagnati dai professori a visitare le macerie. Con spiegazioni più o meno così: questa parete ospitava gli scaffali dove si conservavano i documenti della dominazione turca… Qui erano raccolte le mappe dell’impero viennese… I ragazzi prendevano appunti con gli occhi sui muri anneriti.

Vent’anni dopo abbiamo scoperto che la realtà era un’altra. Sfidando le cannonate la gente si era arrampicata sulle scale moresche del palazzo per strappare alle fiamme manoscritti e libri. Che seppellisce in posti sicuri, non si sa mai se gli assedianti conquistano la città. E appena l’interminabile ricostruzione è finita, dalle cantine segrete escono i tesori conservati con l’amore di chi non vuol perdere la storia. Hanno attraversato fame e disperazione che lo smercio dei fogli preziosi poteva consolare, ma l’identità confermata dalle vecchie carte era più importante di un sollievo provvisorio.

Il resistere culturalmente ha salvato Sarajevo da una tragedia in prospettiva disastrosa: le nuove generazioni hanno imparato la dignità da nonni e padri che non si sono arresi alle convenienze personali. Dignità che disprezza il mercato dei sotterfugi per ispirare il futuro di un popolo un po’ cresciuto nella virtù. Non solo Pompei, ogni Italia rapace (dai Mosé di Venezia alle mafie ammanettate a Palermo) dovrebbe provare l’emozione del sentirsi cittadini normali: diritti, doveri, eccetera.

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Il Fatto Quotidiano, 24 giugno 2014