Se giochi per pareggiare capita che perdi. Magari con un gol da palla inattiva a dieci minuti dal termine. E’ un assioma vecchio come il gioco del calcio, ma evidentemente Cesare Prandelli non lo conosce. Ha sbagliato, si è dimesso. E ha fatto bene. Al pari di Giancarlo Abete, numero uno e simbolo di un calcio italiano triste e incartapecorito. Entrambi lasciano un movimento in crisi di identità e una nazionale al bromuro. E qui sta la colpa maggiore del ct. Perché non basta rivoluzionare la formazione e mettere un attaccante in più per impostare una partita di personalità, ovvero ciò che è mancato all’Italia. Ricordate un solo tiro in porta pericoloso tranne la punizione centrale di Pirlo? Molle, troppo guardinga e mai pericolosa. In una parola sola: mediocre, come il pallone made in Italy. Diciamolo subito: l’arbitro Rodriguez (che di secondo nome fa Moreno…) non ci ha favorito, cacciando Marchisio per un contrasto come tanti a centrocampo e non espellendo Suarez per l’ennesimo morso della sua carriera ad un avversario (in questo caso Giorgio Chiellini). Però lo stesso direttore di gara, a fine primo tempo, non aveva fischiato un rigore alla Celeste per una netta trattenuta in area di Bonucci su Cavani. E lì la gara poteva prendere una piega diversa. Questo Prandelli non lo dice.

E sbaglia. Come tanto ha sbagliato durante la spedizione brasiliana: non per girare il coltello nella piaga, ma non è uno scandalo sostenere che il peggiore degli azzurri è stato lui. Sin troppo esaltato dopo la vittoria con l’Inghilterra (che poi guarda caso era fuori già dopo due partite), è andato in confusione totale durante i 90 minuti col Costa Rica (squadra rivoluzionata: Thiago Motta titolare e le ‘sostituzioni caos’ nel secondo tempo gridano ancora vendetta), confermando ancora una volta il limite che i maligni non hanno mai mancato di sottolineare: brava persona, ottimo allenatore, ma tecnico senza infamia e senza lode. La valutazione negativa, neanche a dirlo, si riferisce alla capacità di leggere le partite in corsa. E’ successo anche contro il fatale Uruguay, quando ha deciso di tenere negli spogliatoi Balotelli (e sin qui nulla da dire) sostituendolo con l’onesto Parolo. Tradotto: teniamo palla a centrocampo, non rischiamo nulla e pazienza se non facciamo gol. Insomma: giocare per pareggiare. Conseguenza: rischiare di perdere. E così è stato.

L’arbitro ci ha messo del suo? Pesa la sbavatura difensiva su calcio d’angolo? Certo, ma se neanche provi a segnare ti esponi a tutta una serie di fattori imponderabili. Compreso – udite udite – un gol dell’avversario, che in questo caso era un Uruguay davvero deludente. Questione di mentalità (perdente). E grande amaro in bocca, perché la sensazione è che l’Italia non poteva vincere il mondiale, ma di certo con un po’ più di coraggio poteva almeno arrivare ai quarti di finale. Prandelli lo sa. E ha tolto il disturbo, con signorilità. Anche perché non riesce a spiegarsi la clamorosa involuzione rispetto a Euro 2012, quando l’Italia vinceva e convinceva. Cosa è successo da allora? Tre fattori: convocazioni sbagliate, tensioni all’interno dello spogliatoio, giocatori bolliti. Poco altro da dire. Tanto, invece, da sperare: perché il successore del tecnico di Orzinuovi avrà un compito difficilissimo, chiunque esso sia (tranne Spalletti i nomi che circolano non fanno emozionare). Ancor più complicato quello di colui che prenderà il posto di Abete. In tal senso, una preghiera: basta dinosauri imbolsiti e politicanti messi lì solo per fare gli interessi dei soliti noti.