Il suo nome è Refiela Shoraj e il suo è uno dei ventiquattro giovani volti che hanno preso parte al programma Announo, condotto da Giulia Innocenzi insieme alla squadra di Servizio pubblico e andato in onda su La7 per cinque puntate in prima serata.

Ventiquattrenne laureanda in Finanza con un diploma all’Accademia del lusso di Firenze, Refiela è nata a Valona nello stesso 1990 in cui l’Albania usciva da 46 anni di dittatura comunista e apriva le sue porte al mondo. “È stato in quel momento che mio padre ha deciso di emigrare in Toscana – spiega – mentre io, mia madre e il mio fratellino di sei mesi lo abbiamo raggiunto dopo un paio di anni. Abbiamo passato un annetto di clandestinità vivendo in un buco minuscolo e senza acqua calda, che io comunque adoravo perché rappresentava il luogo in cui mi sentivo più protetta e sicura, circondata dalle persone a cui volevo bene. Successivamente siamo riusciti a metterci in regola, ma la vita continuava a essere molto difficile, perché le lauree dei miei genitori non erano riconosciute e noi tiravamo a campare con il misero stipendio da manovale edile di mio padre. Nel ’96 abbiamo quindi provato a tornare in Albania, a Valona, proprio dove è poi scoppiata la guerra civile e vivere era diventato troppo pericoloso. Dopo soli tre mesi siamo tornati in Italia, dove mio padre ha deciso di aprire un’impresa edile per conto suo, che si è rapidamente fatta conoscere e ci ha permesso di vivere con una maggiore tranquillità economica”. 

È stato in quel momento che un evento ha segnato per sempre la vita di Refiela. “Avevo nove anni quando sono stata investita da un camionista che parlava al telefono e non si è accorto di me che attraversavo sulle strisce pedonali. Sono stata in coma per una decina di giorni e quando ho ripreso conoscenza ho capito che non sarei più stata la stessa persona. In quell’esperienza così traumatica e negativa ho trovato lo strumento per rafforzarmi e guardare la vita con un’ottica diversa, anche adattandomi a convivere con un senso di inadeguatezza che oramai è parte integrante del mio carattere. Non essendoci in Italia un’educazione all’integrazione, per i miei compagni di classe io ero diventata la ragazza albanese invalida, peraltro musulmana e con una situazione economica difficile rispetto ai miei coetanei. Diversa da tutti e spesso emarginata, ricordo ancora quanto possano far male certi insulti e atteggiamenti a una ragazzina adolescente. Ma anche questa esperienza è riuscita a temprare il mio carattere, insegnandomi a fregarmene di certi atteggiamenti e a guardare il mondo con più profondità”.

“Nella moda ho trovato lo strumento con cui sono riuscita a riscattarmi – continua. In una costante ricerca e sperimentazione di stili anticonformisti e stravaganti ho scoperto la maniera di combattere le mie insicurezze e accettare il mio corpo, andando oltre le cicatrici delle diverse operazioni subite e quella fisicità così distante dagli standard promossi dalla società. Ricordo ancora gli stivali di pitone che mi feci comprare quando avevo appena tredici anni, e quello fu solo l’inizio. Ai diciassette mio padre decise di aprire una boutique di abbigliamento per mia madre a Tirana, e fu da quel momento che iniziai ad appassionarmi veramente a questo mondo, aiutando a organizzare il negozio e a scegliere gli abiti, con idee evidentemente molto originali, visto che oggi la nostra è una delle boutique più conosciute della capitale albanese“.

The invalid mode è il nome del blog col quale Refiela ha scelto di raccontare se stessa e il suo amore per la vita attraverso il linguaggio della moda, da lei descritta come “lo strumento con il quale riscattarsi dalle ipocrisie, dalle discriminazioni, dai pregiudizi, ma principalmente da tutti quei tabù che questo mondo moderno cerca di ignorare”. Uno spazio che le ha permesso di farsi conoscere ed essere spesso contattata da stilisti, esperti del settore o appassionati in cerca di consigli, e che un giorno lei vorrebbe trasformare in una fondazione per persone in difficoltà.

Nonostante la giovane età, la vita di Refiela è stata anche raccontata nel libro Una storia di successo – Eccellenza albanese 2014, ma questo traguardo per lei non è che il punto di partenza per i numerosi progetti che ha in mente. “Adesso sto cercando di aprire un brand tutto mio – afferma. Si chiama Nume, e ci sto mettendo tutta me stessa, anche se avviare un’impresa in questo paese non è molto facile, nonostante da circa un anno possa anche vantare il riconoscimento della cittadinanza italiana”.

In merito ad Announo, Refiela ricorda questa esperienza col sorriso sulle labbra e un’energia contagiosa. “All’inizio pensavo fosse uno scherzo, poi mi sono veramente trovata in uno studio televisivo davanti a Giulia Innocenzi, Santoro e Travaglio: professionisti che stimo profondamente. Ho conosciuto storie e persone che mi hanno arricchito molto, ho fatto nuove amicizie e ho avuto modo di confrontarmi con idee diversissime dalle mie, come nei dibattiti coi ragazzi di CasaPound o di centro-destra. E poi ho avuto modo di conoscere diversi politici e di rivalutarli. Ho potuto peggiorare l’idea che avevo di Salvini e apprezzare maggiormente la Kyenge e soprattutto Renzi, che nonostante non ci abbia praticamente permesso di parlare è riuscito a conquistare il mio voto alle elezioni europee, e adesso spero davvero che il suo governo riesca a sfruttare al meglio la grande fiducia che tanti hanno scelto di dargli”.