Prima lo stabilimento distrutto dai terremoti del maggio 2012, 10 milioni di euro di danni, poi l’Inps che smette di versare gli ammortizzatori sociali ai 15 lavoratori rimasti senza un impiego. Il motivo? “Ci hanno detto che non abbiamo dimostrato sufficiente volontà di ripartire”. Giuseppe Porcarelli, assieme al fratello, è il titolare della Eco.Geri di Finale Emilia, zona cratere terremotato, e quando si è sentito dire che i suoi 15 dipendenti sarebbero rimasti senza cassa integrazione è saltato sulla sedia. Poi, nonostante la fabbrica da ricostruire, i debiti accumulati e i clienti persi, ha deciso che quei soldi li avrebbe anticipati lui. “Perché non potevamo lasciare i nostri ragazzi, le loro famiglie, senza un reddito, quando sono loro la base da cui vogliamo ripartire per riavviare la nostra attività”.

I problemi relativi agli ammortizzatori sociali, racconta il titolare della Eco.Geri, sono iniziati a luglio del 2013, quando all’azienda specializzata nella raccolta, riciclaggio, lavorazione e stoccaggio di materiali plastici di scarto, l’Inps ha rifiutato di prorogare cassa integrazione per sisma, introdotta dalle istituzioni proprio per sostenere le aziende danneggiate dai terremoti nella lunga strada che è la ricostruzione. “L’obiezione che ci è stata mossa è incomprensibile, noi stiamo facendo del nostro meglio per ripartire – sottolinea Porcarelli – così, in attesa di risolvere questo contenzioso con l’Istituto abbiamo deciso di metterci una mano in tasca, e anticipare parte delle risorse necessarie a garantire un minimo di reddito ai nostri dipendenti. Agli operai avevamo già proposto di venire a lavorare a Roma, dove c’è la casa madre dell’azienda, ma molti hanno famiglia qui a Finale, così abbiamo trovato questa soluzione”.

Se i terremoti di due anni fa hanno colpito duramente la Eco.Geri, rendendo inagibile stabilimento e capannoni, la crisi economica iniziata nel 2008 non ha aiutato a riaccendere i macchinari. Per questo quando le scosse hanno paralizzato l’Emilia, tra le province di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Ferrara, danneggiando anche Lombardia e Veneto, i fratelli Porcarelli hanno dovuto prendere una decisione. “L’alternativa – spiega il titolare dell’azienda – era scegliere se usare l’attivo per ricostruire subito lo stabilimento, o pagare i creditori per evitare il fallimento. Ovviamente abbiamo dovuto optare per la seconda possibilità, perché il terremoto è avvenuto così d’improvviso che ci siamo trovati con leasing, mutui e fatture da saldare dall’oggi al domani, e nessuna speranza di produrre utili nel breve termine”.

Tuttavia, salvare l’azienda ha comportato forti ritardi nella ricostruzione. La Eco.Geri, infatti, ha avviato le pratiche per chiedere i contributi pubblici stanziati nel dopo sisma dallo Stato, ma l’iter è così labirintico che, per ora, i fratelli Porcarelli sono riusciti solo a presentare la prenotazione. Per produrre la documentazione utile a mandare avanti la domanda di rimborso c’è tempo fino a fine 2014, ma intanto, senza più risorse sufficienti a ricostruire, bisogna aspettare i tempi della burocrazia. “Su questo siamo fiduciosi – continua il titolare della fabbrica – tuttavia i nostri sforzi per l’Inps non sono stati sufficienti”.

L’Istituto nazionale per la previdenza sociale, infatti, ha cessato l’erogazione della cassa integrazione per terremoto ai dipendenti della Eco.Geri a luglio del 2013. E quando i titolari hanno richiesto una proroga, tale istanza, esaminata sei mesi dopo essere stata inoltrata, è stata respinta. “A luglio abbiamo chiesto di accedere nuovamente agli ammortizzatori sociali, tuttavia l’Inps sostiene che non siamo riusciti a dimostrare la volontà di ripartire”. Da qui il contenzioso, che sì ha raccolto l’appoggio del Comune di Finale Emilia, ma che per il momento resta irrisolto. “L’Inps sta creando qualche difficoltà alle aziende che non sono ancora riuscite a ripartire, a Finale, per esempio, anche la J Colors, che di dipendenti ne ha 80, è in una situazione simile – spiega Angelo d’Aiello, assessore comunale alle Attività Produttive – noi non vogliamo puntare il dito contro nessuno, ma in questa vicenda i primi a pagare sono i lavoratori”.

E un’attività che, nonostante la crisi e il terremoto, ha deciso di non abbandonare l’Emilia, scegliendo invece di riconvertirsi e di impiegare i propri operai, attualmente inoccupati, nei lavori di smontaggio macchinari e in altre operazioni di supporto alle attività di demolizione che verranno eseguite da una ditta specializzata. “Se le ordinanze regionali danno alle aziende il termine del 31 dicembre 2014 per presentare la procedura Sfinge, necessaria a chiedere i contributi statali sui danni da terremoto, e realizzare così il progetto di ristrutturazione – sottolinea d’Aiello – anche gli ammortizzatori sociali dovranno essere armonizzati a questi tempi. Ci sono aziende che vengono da anni di difficoltà e non hanno avuto la forza di ripartire: Eco.Geri è una di queste, tanto più che un’azienda che di fatto lavora rifiuti (la plastica agricola) non poteva delocalizzare perché ci sono autorizzazioni particolari legate ad un unico sito. Speriamo che l’Inps riveda la propria posizione, perché i lavoratori hanno diritto al loro assegno”.