La cosa che meno gli piaceva era quella parola: trombato. “Per favore non chiamatemi così” chiedeva ai cronisti Sergio D’Antoni, dopo la batosta alle primarie del Pd: solo un migliaio di voti, troppo pochi per uno come lui, che aveva fatto il segretario della Cisl, il leader nazionale dell’Udc, il viceministro del governo Prodi. E infatti alle ultime politiche era arrivata la stangata: fuori dal Parlamento. A spasso, però, D’Antoni non c’è rimasto molto: poco più di un anno, trascorso continuando a frequentare i corridoi di Montecitorio, i bar della capitale, i retrobottega del potere.

Tempo utile a riordinare le idee, a tessere nuovi rapporti, a puntare una nuova poltrona. Che infatti è arrivata: D’Antoni guiderà il Coni Sicilia, eletto con la benedizione del presidente nazionale Giovanni Malagò, scelto in una lista di pretendenti che, per sicurezza, annoverava un solo nome, il suo. Nato sindacalista, cominciò a scalare la Cisl fino a diventarne segretario nazionale dal 1991 al 2000. Smessi i panni del barricadero, eccolo pronto a gettarsi in politica: ideatore del cosiddetto terzo polo fonda Democrazia Europea, il partitino benedetto perfino da Giulio Andreotti, utile cavallo di Troia per conquistare prima la carica di vicesegretario nazionale dell’Udc, ai tempi del patto di ferro con Silvio Berlusconi, e poi la poltrona viceministro allo Sviluppo Economico di Romano Prodi. In mezzo la rapida esperienza da presidente della Lega Basket, seguita da quella ai vertici del Palermo calcio, quando il patron della squadra rosanero era Franco Sensi.

La parabola di D’Antoni, il sindacalista di Caltanissetta che sperimentò la “concertazione”, inizia a fluttuare con la nascita del Pd: alle primarie il suo partito lo boicotta. E lui finisce trombato. “Nella vita una persona può fare tante cose, non per forza il deputato” spiegava dopo la disfatta. E per evitare che l’etichetta di “trombato” gli rimanesse troppo a lungo appiccicata addosso, si è dato da fare per trovare immediatamente un’altra poltrona da occupare.