Abbiamo, ovviamente, tutti apprezzato e condiviso le recenti forti parole di condanna del Pontefice pronunciate in Calabria contro le locali associazioni a delinquere. Con l’occasione – per sottolineare evidentemente con ancora maggiore forza la posizione della Chiesa – il Pontefice ha tirato fuori un «ferro vecchio» della Chiesa Cattolica Romana – la scomunica – sul quale forse varrebbe la pena riflettere un po’, perché, anche se viene dal passato, nell’accezione in cui è stato adottato da Papa Francesco potrebbe avere un grande futuro davanti a sé.

La scomunica è un antichissimo istituto della chiesa cattolica, che si rifà al bando imperiale e ad analoghe istituzioni ebraiche e si fonda su vari passi del Vangelo, il più esplicito tra i molti è quello per il quale chi ha commesso una colpa deve essere sottoposto a un triplice tentativo di correzione, al termine del quale se persevera deve essere espulso dalla comunità (Mt, 18, 15-17). Col tempo essa divenne una vera e propria pena nell’ambito del diritto penale canonico, giustificata e solida all’interno di una società in cui non solo la sfera religiosa e quella civile si fondevano, ma in cui il potere più forte era evidentemente quello ecclesiastico. La scomunica comportava – ancora agli inizi dell’età moderna – tutta una serie di conseguenze non di poco conto, la perdita di quasi tutti i diritti civili, l’impossibilità di sottoscrivere qualsiasi contratto, lo scioglimento dal vincolo matrimoniale per il coniuge, il rischio di perdere tutti i propri beni oltre che l’esclusione fisica dalla comunità. In non pochi casi, almeno in quelli più gravi, essa determinava anche delle conseguenze penali civili (cioè comminate dall’autorità civile) che potevano arrivare fino alla tortura e alla pena di morte. Insomma la scomunica era la più grave pena a disposizione del Diritto Canonico, che però finì per usarla con eccessiva frequenza, indebolendone col tempo pesantemente gli effetti.

Uno degli ultimi recenti casi di scomunica (latae sententiae, cioè sanzionata in generale per condannare un principio e non un caso specifico) fu quella decisa da papa Pio XII nei confronti del comunismo, proclamata con Decreto del 1° luglio 1949, in cui oltre all’esplicita necessità di ribadire la condanna di un principio, evidentemente, apparivano chiare le finalità di dare una mano al partito dei cattolici italiani, nei mesi successivi al duro scontro elettorale del 1948.

Questo per dire brevemente che la scomunica ha una grande storia all’interno della Chiesa Cattolica e certamente se ha perso il suo significato come pena, ha mantenuto – almeno sul piano dottrinale – il suo significato morale di esclusione degli indegni alla comunità cristiana. E questo è il senso profondo ripreso dal Pontefice Francesco in questi giorni.

Il punto ora è un altro, cioè che a questo utilizzo della scomunica per sanzionare i mafiosi dovrebbe corrispondere – in senso stretto – un’applicazione coraggiosa di tale principio di esclusione anche ad altre forme di indegnità, non solo morale, che creano grave scandalo e spesso danno l’impressione di essere considerate dalla chiesa cattolica tra quelle colpe per le quali è sufficiente il perdono tradizionale. In realtà – quando è stato il caso – alcuni sacerdoti e certi vescovi hanno dimostrato di continuare a praticare una sorta di scomunica ridotta, ad esempio rifiutando di ammettere ai sacramenti persone che fossero in palese situazione «problematica», come nel caso dei separati-conviventi di chiara fama.

Così nulla potrebbe vietare che la chiesa cattolica, per dare maggior forza al senso morale che costituisce la base dell’appartenenza ad essa, decidesse, che so, di scomunicare con la stessa forza con cui sono stati scomunicati i mafiosi calabresi, anche i politici che rubano o che prendono le tangenti (sopratutto se recidivi), oppure tutti quei cristiani rumorosamente impegnati nella vita pubblica che, altrettanto clamorosamente, contravvengono con la loro vita ai principi fondamentali della chiesa cattolica (i 10 comandamenti, ad esempio). Il principio è lo stesso e non vi è ragione di credere che il crimine mafioso sia il più grave possibile, o quello di maggior impatto sociale negativo. Insomma, ascoltando le parole di papa Francesco contro la ‘ndrangheta, ci è venuto il dubbio, e la speranza, che la Chiesa Cattolica, molto più di quanto sia stato fatto finora, voglia tornare a svolgere – anche con gli strumenti del passato – un ruolo più incisivo di maestra dei comportamenti della morale, anche a rischio di perdere clienti e sottoscrittori, ma aumentando la propria autorevolezza (e forse perfino la propria fedeltà ai principi del Vangelo….).