murray“Non ci resta che Wimbledon” potranno sospirare i lord inglesi commentando la prematura eliminazione della loro nazionale di calcio dal Mondiale.

Formalmente, i giocatori saliranno sull’aereo per Londra solo dopo l’incontro contro la Costa Rica, salutando il Brasile con una cartolina totalmente opposta rispetto a quella che anche i più illuminati esperti avrebbero potuto disegnare. Una squadra già agli ottavi e a punteggio pieno, l’altra a quota zero punti, in Inghilterra – Costa Rica alla terza partita del girone. A inizio mondiale lo avrebbero pronosticato in molti, ma a parti invertite. Da Londra al Brasile e dal Brasile a Londra, la nazionale di Hodgson ha deluso i tifosi e perso per l’ennesima volta l’occasione di giocarsi quella Coppa del Mondo, che polverosa giace nella bacheca della Federazione inglese dal lontano 1966. I tifosi del calcio aspetteranno la prossima Premier League per dimenticare il fattaccio ma gli sportivi d’oltremanica, potranno consolarsi con Wimbledon.

Il torneo dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club, nato nel 1877, è giunto all’edizione numero 128 e nonostante sia il più vecchio fra i quattro Slam, mantiene un’ottima forma. Anzi scoppia di salute (e di soldi), ancor più da quando il montepremi è salito a 42 milioni di dollari. Per fare un raffronto, gli Us Open mettono in palio 33,6 milioni di dollari, gli Australian Open nel 2014 sono saliti a 33 come il Roland Garros. Aggiungendo a questi dati anche quelli di sponsorizzazioni (circa 47 milioni) e diritti tv si sfonda la cifra dei 100 milioni che fanno di Wimbledon uno dei grandi eventi sportivi mondiali assieme al Mondiale di Calcio, le Olimpiadi, il Superbowl e il Tour de France. I primi due sono inarrivabili ma c’è da considerare che si tengono ogni 4 anni. Chi si potrà consolare saranno certamente i campioni della racchetta che, in caso di successo, intascheranno 2,9 milioni di dollari. Per chi alloggia sulle tribune del pur mitico Center Court sarà solo “polvere di stelle” ma lo spettacolo del tennis, dopo le “stalle” nella quali è finita la nazionale di calcio riconcilia con lo sport. Proprio i padroni di casa sono i detentori del torneo, con quell’Andy Murray che l’anno scorso ruppe l’incantesimo di Fred Perry iniziato nel 1936, l’ultimo vincitore “indigeno” dei Championships prima dello scozzese. Forse adesso, i sudditi di sua maestà potranno almeno dire che al via di Wimbledon hanno un uomo forte su cui puntare. Murray è meno in forma dello scorso anno ed è precipitato al 5° posto del ranking ma l’erba di casa può fare miracoli, ancor più se l’urlo del tifo, rimasto in gola negli stadi brasiliani, si trasferisce fra i prati verdeggianti di Londra e attende solo di essere liberato.

Murray sentirà certamente la pressione del detentore sin dai primi turni ma l’Inghilterra sarà con lui. Seguendo le logiche del trasferimento di tifo dal Brasile a Londra, la Spagna sarà ancor più tifosa di Rafael Nadal che insegue il tris da quattro anni mentre la Roja, dopo il tris (Europeo 2008, Mondiale 2010, Europeo 2012) si è dovuta arrendere alla dura legge del campo che ha posto fine a un ciclo. Nessun ciclo da difendere, ma in un ciclone in tempesta si trova l’Italia di Prandelli che come spesso accade ha un piede in campo e l’altro sull’aereo per Fiumicino. Per gli azzurri e i loro tifosi però non ci sarebbe, realisticamente parlando, la speranza di poter curare eventuali frustrazioni pallonare col tennis. L’erbetta del Campo Centrale è da sempre meno amica di quella degli stadi di calcio che, nonostante tutto, ha regalato alle “patrie bacheche” quattro mondiali e un europeo. A Wimbledon non ha mai vinto un italiano e gli alfieri del nostro tennis, maschi e femmine presenti quest’anno in tabellone sono: Fognini, Seppi, Volandri, Lorenzi e Bolelli e poi Errani, Vinci, Schiavone, Pennetta, Knapp e Giorgi. Messi insieme sono in undici, come quella squadra che martedì con l’Uruguay ci dirà se fra calcio e tennis “non ci resta che piangere”.