In Italia le imprese sostengono una parte del costo della tutela della maternità. Indennizzarle completamente nei casi di lavoro a tempo indeterminato avrebbe l’effetto di incentivare un’occupazione femminile stabile. Quanto costerebbe la misura e tre ipotesi per finanziarla.

di Giuseppe Cusin* (lavoce.info)

L’Istituto della maternità

L’astensione obbligatoria dal lavoro per maternità e gli altri riposi consentiti alla madre nei primi anni di vita del bambino hanno lo scopo di proteggere la salute della lavoratrice e del bambino. In Europa, negli Usa e in altri paesi sono perciò previsti speciali diritti e garanzie per le madri che lavorano, con durata e forme differenti. (1) I criteri con i quali sono finanziate queste tutele hanno conseguenze economiche. Qui mi limito a considerare il caso italiano.
La legge italiana prevede l’astensione obbligatoria dal lavoro (il cosiddetto congedo di maternità) e successivamente riposi giornalieri e altri periodi di astensione facoltativa dal lavoro, finché il bambino non supera gli otto anni. Durante il congedo, l’Inps eroga alle lavoratrici l’80 per cento della retribuzione, con i corrispondenti contributi figurativi. Alcuni contratti collettivi pongono a carico dell’impresa il restante 20 per cento. Il periodo di congedo è computato “nell’anzianità di servizio a tutti gli effetti, compresi quelli relativi alla tredicesima mensilità, alla gratifica natalizia e alle ferie” (articolo 22, comma 3, legge 151 del 2001). Di conseguenza, durante il congedo per maternità la lavoratrice riceve il salario intero, in parte pagato dall’Inps e in parte, quando previsto dal Ccnl, dal datore di lavoro, che inoltre provvede interamente alla tredicesima, all’eventuale gratifica e al periodo di ferie, come se la lavoratrice non si fosse assentata dal lavoro. (2)
Ma la maternità impone all’impresa anche costi indiretti organizzativi. Prima dell’inizio del congedo di maternità, è necessario assumere un altro lavoratore e addestrarlo. Una parte dei compiti della dipendente assente è poi suddivisa fra i lavoratori più anziani che possiedono le competenze necessarie, ai quali vanno però pagati gli straordinari. Riorganizzare il lavoro per un’assenza per maternità ha dunque un costo per l’azienda, soprattutto per le competenze professionali che vengono a mancare.

Una stima del costo per le imprese

Ho calcolato il costo per il congedo di maternità di una lavoratrice. Nel 2008 il “costo” (in senso ampio) di un lavoratore era pari in media a 39.647 euro. (3) Non è possibile distinguere il costo per un uomo da quello per una donna. Peraltro, nel 2010, nelle imprese e istituzioni con almeno dieci addetti (esclusa la Pa) il differenziale salariale fra femmine e maschi era del 5,3 per cento. (4)
Supponendo tredici mensilità, sei rappresentano il costo di servizi lavorativi prestati, cinque sono pagate dall’Inps per l’80 per cento, una è relativa alle ferie e la restante alla tredicesima. Con questi dati, il costo sostenuto da un’impresa per un congedo di maternità nel 2008 era pari a 5.822 euro. In più, vi sono i costi per i riposi giornalieri e le astensioni facoltative dal lavoro, e quelli organizzativi.
Non sono costi irrilevanti e le imprese, a parità di produttività e salario, tendono a scegliere un uomo per coprire un posto di lavoro invece di una giovane donna. In Italia i costi della maternità sono una causa non trascurabile dei bassi tassi di occupazione delle donne fra i 25 e i 44 anni e della maggiore precarietà del lavoro femminile, fenomeni che a loro volta riducono il capitale umano delle donne. Con un contratto stabile, infatti, le imprese hanno convenienza a fornire maggiori competenze professionali al personale e il lavoratore si impegna di più per acquisirle.

Come finanziare l’indennizzo?

Una soluzione del problema è indennizzare completamente le imprese per i costi della maternità delle lavoratrici con contratto a tempo indeterminato.
Al 1° gennaio 2012, la popolazione femminile italiana della classe di età 15-44 anni era di 11.114.903 unità, mentre le donne della stessa classe di età con un lavoro dipendente a tempo indeterminato erano 3.569.000. (5) I nuovi nati, sempre nel 2012, sono stati 534.186. (6) Supponendo che i nati riguardino la popolazione femminile fra i 15 e i 44 anni e che si distribuiscano fra le lavoratrici con un contratto stabile di lavoro come fra le donne della stessa classe di età, i neonati con madre lavoratrice stabile sono stati 171.474. Nel 2008 il costo sostenuto dall’insieme dei datori di lavoro per il congedo di maternità era di poco inferiore a un miliardo di euro. Restano da calcolare i costi per le altre astensioni dal lavoro retribuite e i costi organizzativi della maternità, per la cui approssimazione mancano le informazioni necessarie.
Per il finanziamento del sussidio considero tre possibilità, tenendo conto che in Italia vi sono minimi salariali e disoccupazione femminile. Con la prima, ai datori di lavoro è fatto pagare un contributo per la maternità proporzionale al numero delle dipendenti stabili, secondo lo schema delle assicurazioni sociali. Per le imprese il costo unitario del lavoro femminile rimane uguale ma è eliminata l’incertezza sul costo della maternità. Molte imprese (soprattutto quelle piccole) sono avverse a questo tipo di rischio e l’indennizzo aumenta la convenienza ad assumere stabilmente personale femminile.
Con la seconda possibilità, il contributo per la maternità è fatto pagare per tutti i dipendenti, maschi e femmine, stabili e precari, come avviene ora in Italia. Si ha lo stesso effetto del caso precedente; in più diminuisce il costo del lavoro femminile stabile e cresce quello degli altri lavoratori. Si riducono la domanda di lavoro maschile e quella di lavoro femminile precario, mentre aumenta in misura maggiore la domanda di lavoro femminile stabile. In questo secondo caso, supponendo un indennizzo complessivo di un miliardo e mezzo di euro (per il congedo di maternità, gli altri costi diretti e i costi organizzativi) e tenendo conto che il numero dei dipendenti nel 2012 era 17.214.000, si avrebbe un costo medio aggiuntivo per dipendente di circa 87 euro all’anno. Se l’indennizzo fosse invece finanziato con la fiscalità generale, si produrrebbero meno distorsioni nell’economia. In quest’ultimo caso, trascurando gli effetti del prelievo fiscale, si avrebbe un aumento della domanda di personale femminile stabile.

(1) Talvolta sono previste anche per il padre astensioni dal lavoro, retribuite e non retribuite, che qui però non considero.
(2) Per maggiori dettagli, si veda M. Gasbarrone, Maternità: pagano anche le imprese, Genere, 10.2.2012.
(3) Istat, La struttura del costo del lavoro in Italia. Anno 2008, Report, 8 settembre 2011, p. 2. L’indagine dell’Istat è quadriennale, ma i dati relativi al 2012 non sono stati ancora pubblicati.
(4) Istat, La struttura delle retribuzioniAnno 2010, Report, febbraio 2013, tavola 14.
(5) I dati riportati sono tratti rispettivamente da Istat, Annuario statistico italiano 2013, Istat, Roma, novembre 2013, p. 33; e da I.Stat, Occupati, livello ripartizionale, nel maggio 2014.
(6) Istat, Natalità e fecondità della popolazione residente. Anno 2012. Report, Istat, Roma, 2013, p. 1.

*Ha insegnato Economia politica, Economia del lavoro e Economia internazionale nell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato di recente “Economia del lavoro”, Cafoscarina Editrice, Venezia, 2009