“Mi sono sempre chiesto cosa potevamo fare per il territorio. E la risposta è stata far capire alle persone che nella Terra dei Fuochi non è tutto da buttare, ma che qui c’è tanto da salvare”. Eduardo Lanza, giovane ristoratore napoletano, ha fatto quello che in pochi, nella sua situazione, avrebbero deciso di fare: scegliere deliberatamente di approvvigionarsi dai produttori della Terra dei Fuochi. E scriverlo pure sui menu. I contadini da cui acquista pomodori, fagioli, peperoni tipici chiamati ‘papaccelle’ e frutta vengono da Carinola, Brusciano, Pomigliano d’Arco e Acerra. Si tratta dei centri da cui la grande distribuzione ha deciso di allontanarsi a causa del clamore mediatico dell’inquinamento in Campania e che, invece, forniscono ai suoi due ristoranti prodotti eccellenti e sicuri, come certificano le analisi che regolarmente compiono l’Università Federico II e l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno. “Vedo che la Terra dei Fuochi – commenta Antonio Limone, che dell’Istituto è commissario – comincia a diventare quello che dovrebbe essere, e cioè la Terra dei Cuochi. Alcune produzioni a rischio le abbiamo tolte dalle tavole, i siti contaminati li abbiamo circoscritti e quelli interessati dal fenomeno dell’interramento di rifiuti sono fuori dal ciclo alimentare. Noi abbiamo tolto dalle tavole i cibi contaminati”  di Andrea Postiglione

Articolo Precedente

Sanità, Vendola nomina Pentassuglia assessore. Ma è imputato nel processo Ilva

next
Articolo Successivo

Spiagge libere e concessioni, in Italia tutto ok. Finché l’Ue non tornerà a controllare

next