Partiamo da un dato di fatto: il caso Yara, in un altro Paese, sarebbe rimasto ai piani alti dell’agenda nazionale per neanche mezz’ora. Nessun dettaglio morboso, nessun criminologo improvvisato, nessun parlamentare in festa. In Italia sta paralizzando l’opinione pubblica.

Apripista del romanzo criminale è stato ovviamente l’annuncio in diretta interplanetaria di Angelino Alfano, il solerte Ministro dell’Interno che in odore di bandwagon effect ha deciso di mettere la firma su una (presunta) vittoria altrui – come all’epoca della lotta alla mafia di Berlusconi, che a sentire il Cavaliere era sempre merito suo più che delle procure. Poi ad Alfano viene illustrata la follia della sua dichiarazione, e allora prova a rimediare su Twitter, stavolta peccando persino di logica elementare. 

 

Anche perché se il caso di Yara è stato risolto, vuol dire che si è trovato il colpevole e che Massimo Giuseppe Bossetti non si può dunque presumere innocente. Ma i paradossi non finiscono qui. Dopo aver sbattuto il mostro nella casa di tutti gli italiani, finge di invitare le persone alla calma. Nonostante il suo annuncio abbia, di fatto, indirizzato un manipolo di frustrati fuori dalla stazione dei carabinieri dando ai cani famelici un (presunto) assassino da azzannare.

Qualcuno prova a farlo rinsavire. Gli ricordano che in Italia si sono sempre fatte più leggi contro i giudici che contro le ingiustizie. Oppure che, così come all’epoca del Cavaliere, la torta del merito va spartita tra poliziotti, militari, investigatori, uomini della scientifica. E non tra i politici che attendono l’happy ending per propalare slogan inverosimili e far sembrare il Paese più solido. Lui non ascolta e pontifica: «L’Italia è un Paese dove chi delinque viene arrestato e finisce in galera». Grazie Ministro, ci sentiamo davvero tutti più al sicuro.

Ma se Alfano offre l’assist, la stampa nazionale non si tira indietro per la schiacciata vincente. Si scatena immediatamente quel turbinio di morbosità che una volta per tutte ci ricorda che in Italia non è mai esistita e mai esisterà una distinzione ferrea tra giornalismo alto e basso. E cioè che anche le testate nazionali più affermate vendono quotidianamente l’anima al diavolo con l’espediente della cronaca sensazionalistica acchiappa-click. (Per rendere l’idea, come se il Guardian elargisse lo stile e la tipologia di contenuti del DailyMail.)

E allora voi col mostro in homepage, con Il Giornale che decide improvvidamente di orinare sul codice deontologico pubblicando su Facebook la cronaca dell’arresto al grido di: “Ecco l’assassino di Yara, clicca per scoprirlo!”. Come in un qualunque gioco a premi. Al quotidiano di origine montanelliana – se solo sapesse che fine ha fatto la sua creazione! – si affiancano tutti i quotidiani online che hanno pubblicato senza troppi fronzoli le foto della figlia di Bossetti. Dimenticandosi delle indicazioni fondamentali della Carta di Treviso che tutti i giornalisti sono tenuti a rispettare e secondo cui «il diritto del minore alla riservatezza deve essere sempre considerato come primario rispetto al diritto di cronaca». Infatti, abbiamo visto cos’è primario: il click

Fatto l’annuncio politico, pubblicata la notizia: parte il romanzo. Il crimine efferato, la vittima minorenne, una spruzzatina di adulterio – tanto per rendere la madre innocente ma comunque “sporca”, che fa sempre audience. Alcuni esperti in Tv iniziano a tracciare mirabolanti analisi psichiatriche a partire dallo studio del profilo Facebook del soggetto interessato, dei suoi status, addirittura dei profili degli amici. Elementi di assoluta normalità vengono decontestualizzati da Internet e presi come testimonianza della sua evidente vocazione criminale. Inquirenti che dovrebbero lavorare nel silenzio divengono showman, sempre a favore di telecamera. Nel frattempo l’opinione pubblica si infiamma sulla questione della presunzione di innocenza, sulla validità del test del Dna, sul giustizialismo a targhe alterne dei politicanti. Il tocco finale: offrire a tamburo battente la foto di Bossetti in primo piano, quando non ride, per dare a internauti e telespettatori un’immagine del “male” contro cui inveire. Il romanzo è servito.

social network, essendo per la maggior parte del tempo solo le protesi virtuali del chiacchiericcio da bar – e non quel magico laboratorio di democrazia partecipativa che tanti credono -, hanno la colpa di estendere a macchia d’olio i temi dominanti, con una minuziosità una volta impensabile. È una questione di agenda setting 2.0: semplicemente, non potete non averne sentito parlare. A tratti è inquietante sapere che se qualcuno, dall’alto, ha imposto che si parli di un argomento non c’è alcun modo di sottrarvisi, vero? L’unico potere rimasto nelle mani del cittadino è quello di decidere di dissociarsi da quella folla irrazionale, urlante e assetata di vendetta che ogni 3×2 rilancia l’idea sempreverde della pena di morte o, in alternativa, spera di scoprire che il colpevole sia extracomunitario per dare fondatezza alle proprie convinzioni razziste. Stop, tutto il resto è distrazione di massa da cui non si può scappare.

La sensazione è che in Italia siamo riusciti a desensibilizzarci al crimine e a normalizzare la violenza, da sempre. L’effetto perverso è che per ridar loro linfa vitale siamo dovuti andare a scavare nei retroscena, nelle case delle vittime, nelle famiglie dei colpevoli. E tutto questo solo per scommettere con amici e colleghi sull’identità dell’assassino, per poter dire «te l’avevo detto» a tavola. Tolta la paura, ci è rimasta l’indagine domestica.

Se sia più colpa dei politici, dei giornalisti o dei telespettatori/utenti non ho la presunzione di poterlo certificare. Ma c’è una cosa che so, e di cui sono certo: per ogni caso Yara c’è un Fiscal Compact di cui i cittadini non hanno mai neanche lontanamente sentito parlare. Niente complottismi, niente distopie. Semplicemente, se fossimo meno distratti, forse, saremmo un Paese più critico verso le questioni davvero rilevanti.