Il mio cuore ha sempre battuto per gli Azzurri, le loro vittorie e le loro sconfitte hanno accompagnato le mie estati mondiali innamorate, ma devo confessare che l’altra sera, dopo la sconfitta con la festosa Costa Rica, non ero affatto triste e anzi ho pensato: gli sta bene. Non era una ritorsione affettiva per la delusione patita: lo sanno tutti che la botte del nostro calcio dà un vino che sa di aceto.
No, la mia è una rabbia di riflesso contro chi ha trasformato un sentimento profondo in una penosa cerimonia di regime. La nazionale di calcio come un gigantesco spot per fare propaganda alle istituzioni poiché, come abbiamo letto dopo la vittoria sugli inglesi, “la rinascita degli Azzurri può simboleggiare il riscatto di un intero Paese”. Per carità, l’uso politico del calcio avviene in ogni tempo e sotto ogni latitudine, ma rispetto, per esempio, alle torve immagini dell’Italia di Pozzo irrigidita nel saluto fascista o a paragone dell’imbroglio berlusconiano chiamato Forza Italia, qui siamo di fronte a una ridicola mistificazione, alla parodia di un film Luce trasformato nella comica finale.
Nei ditirambi degli inviati in Brasile abbiamo letto persino che Prandelli “ha sostanza etica” quando forse bastava che l’altra sera azzeccasse un paio di sostituzioni come si richiede a un qualunque ct. Quel Cesarone, che sarà pure una brava persona (ci mancherebbe altro) ma che forse più che a farsi ben volere dal Quirinale e da Palazzo Chigi avrebbe dovuto semplicemente dire la verità: questa è una squadra modesta ma cercheremo di non fare brutte figure. 

Con il suo gol il giustiziere Ruiz ha il merito di aver silenziato le trombette, gli “eroi di Manaus” (dove abbiamo spezzato le reni a una perfida Albione più bollita di noi) senza contare i peana al Super Mario quando sarebbe bastato un semplice Mario che la buttasse dentro. 

Passata la sbornia ci auguriamo che martedì con l’Uruguay la nazionale meriti sul campo di andare avanti. Riscattando anche le ruffianerie e dando alle cose (e al pallone) la giusta dimensione. Non a caso Winston Churchill diceva (o gli hanno fatto dire) che gli italiani perdono le partite come fossero guerre e le guerre come fossero partite.

Il Fatto Quotidiano, 22 Giugno 2014