Carlos stava quasi per farcela. Mancavano poche miglia per raggiungere l’isola del tesoro con altri 450 come lui. La polizia libica ha intercettato il battello che colava a picco. Giocatore di volley col sogno italiano dietro la rete. Carlos è partito quattro mesi fa dal Camerun che ha chiuso coi mondiali in Brasile. Ha speso tutto quanto aveva e forse anche il futuro che non ha. I ‘passeurs’ sono improvvisati fabbricanti di soluzioni per chi vuole nascondere l’identità. I dinari libici non sono bastati per comprare il mare. Li hanno riportati e detenuti a Tripoli. Per dodici giorni, come le tribù di Israele e gli apostoli del galileo, li hanno picchiati. Sono stati infine deportati al paese di transito più vicino, il Niger. Carlos è rimasto impigliato nella rete dei mondiali di calcio degli schermi televisivi. Da poco si è accorto di essere caduto in fuori gioco.

Sono almeno 18 mila i chilometri di muri costruiti in questi anni da quello cinese in poi. Tra gli Stati Uniti e il Messico. Tra la Cina e la Corea del Nord. Tra le due Coree. Tra l’Arabia Saudita e lo Yemen. Tra Israele e l’Eglitto. Tra l’India, il Pakistan e il Bangladesh. Tra il Marocco e il Sahara Occidentale. In Grecia, in Turchia, a Ceuta e Melilla, enclaves spagnole in Marocco, a Cipro e dove sarà necessario difendersi. Muri e reticolati e griglie e lame e sensori e droni e cartoni e leggi e documenti e sguardi e aggiustamenti strutturali e agenzie di votazione e salvataggi delle banche e la confisca della sovranità del popolo. 18 mila chilometri per difendersi dai barbari e mettersi fuori gioco dalla storia.

Jalla e Ibrahim arrivano assieme di mattina come gemelli dopo la comunione. Il destino verso la Spagna si è fermato ancora prima di cominciare. Un anno di detenzione in Algeria per assenza di documenti certificati. L’espulsione alla frontiera del Niger è ormai una formalità. Il viaggio prosegue con la fantasia dei camion, le riserve d’acqua e la complicità del deserto. Prima di entrare a Niamey un controllo dei poliziotti in cerca di denaro aggiunge tre giorni di arresto. Durante il viaggio Ibrahim è informato che suo padre ha pensato bene di andarsene prima. Vuole tornare in fretta in Sierra Leone dove cinque anni fa salutava suo padre senza sapere. Elettricista di mestiere collega i fili stanchi del suo passato. Jalla fa l’imbianchino di mestiere e non ha smesso di dipingere sogni. Senza volerlo si è trovato anche lui in fuori gioco.

Il muro del pianto e quello della vergogna, il muro di silenzio e quello della paura, il muro del vicino e quello del mare, il muro negli occhi e quello dei pregiudizi, il muro ereditato e quello appena costruito, il muro di sabbia e quello delle armi, il muro di protezione e quello di esclusione, il muro dei privilegi e quello della menzogna, il muro della violenza e quello dell’omertà, il muro di gesso e quello di carte, il muro di recinzione e quello di divisione, il muro visibile e quello nascosto, il muro provvisorio e quello delle civiltà, il muro del potere e quello confiscato, il muro che isola e quello che crea il nemico, il muro di terra e quello di cielo, il muro che spaventa e quello dove c’è chi disegna libertà dal fuori gioco.

Marcela ha 26 anni e si guarda allo specchio. Dice che non si riconosce più perché il sole dell’Algeria le ha reso la pelle più scura. Ci sono voluti due anni per capire di tornare a casa. Amiche le avevano mentito sulle meraviglie che avrebbe trovato in quel paese. Non c’erano nè soldi nè dignità. Lavorava come domestica dopo essere sfuggita dalla guerra della Costa d’Avorio. Nata nel 1988 in un quartiere popolare della capitale dove ha lasciato due figli senza padre. Jolina ha dieci anni e il più piccolo otto. Manuela nasconde i capelli sotto un velo scuro. Si guarda allo specchio e gli domanda quando tornerà quella di prima. Ha preceduto di un giorno Guillaume, Nazaire e Romaric che giocava al calcio. Lamin e Gibril sono riserve per la mano d’opera a buon mercato. Chris cerca e non trova sua sorella e non è titolare di nulla. Darleh pensava di giocare e invece la vita l’ha messo in panchina. Ora gioca con la vita e non teme più il fuori gioco.