Ci sono giorni che te lo senti dentro. Che ti toglie il respiro. Come quando eri adolescente. L’amore, sì, il bisogno di un’altra persona. Può essere un senso di meraviglia per chi hai accanto, la nostalgia per incontri mancati, per occasioni sciupate. La speranza di un futuro. Dipende dalla sorte. Ma te lo senti addosso e non sei abbastanza grande per tenertelo dentro.

Allora ti prende un bisogno di parlarne anche a loro, soprattutto a loro. Ai tuoi figli. Per prepararli, diresti, anche se è impossibile, forse. Guardi i loro occhi e ti chiedi con quali altri sguardi si incroceranno. Osservi le piccole mani e ti chiedi chi altro accarezzeranno. Una persona che adesso esiste già, ma non sa. Ti viene in mente la ninna nanna che cantava la mamma a tuo fratello da piccolo: “Ninà ninà mio bel bambino, se dormi ti cucirò un camiciolino. Lo cucirò di filo bianco e rosa per darlo in regalo alla tua sposa. Ma la tua sposa adesso è appena nata, in braccio a mamma sua si è addormentata”.

Sembravano solo melodia quelle parole, e invece ora hanno un senso semplice, ma profondo. Chissà dov’è la compagna futura dei tuoi figli. Chissà se la sorte, la vita gli regaleranno quell’incontro. Se sarà felice. Ma l’amore prima o poi li toccherà. Li travolgerà, anzi. 

Allora pensi a te – avevi pochi anni più di loro adesso – e ti prendeva quel bisogno di una persona che avresti detto più divorante della fame. Della sete. Quella necessità di guardare altri occhi per superare il confine del corpo, ma anche per vedere il riflesso di te. Per capire chi sei. Quello slancio verso un’altra persona che non sai mai – il dubbio resta per tutta la vita – se cerchi il bene dell’altro o invece il tuo. Forse tutti e due insieme, fino a farli coincidere. Di più non puoi chiedere. Chissà, magari è l’estate che te lo ricorda, questo esplodere della vita, così incontenibile, quasi violenta.

Ci pensi, a come dirlo ai figli. Poi alla fine non trovi altro di meglio: “Ragazzi, non c’è niente di più bello che amare una persona”.  
Giovanni, il più grande, agita la mano per allontanare il pensiero, non sai se per noia o pudore. Di sé, dei genitori. Nino, che ha sei anni, ride, con un sorriso diverso dal solito. Mario ascolta silenzioso. Poi si torna a parlare di scuola, di mondiali. E pensi che è stato inutile parlargliene. Perché lo sanno già.

Il Fatto Quotidiano, 16 Giugno 2014