Il M5S ha fatto gruppo in Europa insieme all’Ukip di Nigel Farage per combattere la burocrazia europea e l’establishment comunitario. Una scelta azzeccata? L’establishment europeo fa paura. La burocrazia, i tecnocrati, il deficit democratico e così via. Si parla di una “cupola opaca” che strappa agli Stati nazionali la propria sovranità e dice ai cittadini europei cosa fare.
 
Una sensazione di oppressione ancora più forte in piena crisi economica e in tempi di disoccupazione galoppante. Da una parte la Troika mandata nei Paesi che hanno  ricevuto “aiuti” comunitari, dall’altra il “big boss” di Bruxelles che tutto decide e manipola. Non a caso i movimenti euroscettici di tutti i Paesi europei contengono spesso la parola “libertà” e “indipendenza”: “UK Independence Party” di Nigel Farage in Gran Bretagna, “Partij voor de Vrijheid” (Partito per la libertà) di Geert Wilders nei Paesi Bassi, Freiheitliche Partei Österreichs FPÖ (Partito della Libertà austriaco) del fu Jörg Haider in Austria e così via.
 
Una cosa è vera: in Europa il deficit democratico esiste. L’incompletezza del progetto europeo, alcune scelte fatte nel passato (la creazione dell’unità monetaria prima di quella politica) e alcune non fatte (il non completamento dell’unità politica), e il crescere degli egoismi nazionali hanno creato oggi una situazione di “governance incompleta”, dove ci si trova nelle condizioni di prendere inevitabili decisioni a livello europeo ma senza una chiara legittimazione dal basso, una completa trasparenza e la relativa responsabilità politica. Nelle attuali istituzioni europee ci sono tutti gli embrioni di una realtà politica europea unitaria ed efficiente – ad esempio una federazione europea – che assicurino da un lato una governance efficiente e dall’altro una legittimazione e un controllo dal basso. Questa situazione di stallo – con un Parlamento europeo ancora non al pieno delle sue funzioni, una Commissione europea troppo tecnocratica e schiava dei governi nazionali più forti, che ancora ne impongono il presidente, e una banca centrale imbavagliata nei suoi compiti – genera il deficit
democratico avvertito dai cittadini e denunciato da alcune formazioni politiche, come il M5S.
 
Ecco la volontà di “lottare contro l’establishment europeo” che ha portato i pentastellati a certe alleanze a Bruxelles. Ma il punto è proprio questo: al di là delle sterili teorie complottiste – che ad esempio dipingono Herman Van Rompuy come il grande burattinaio – e delle aberranti semplificazioni che passano spesso in Italia a proposito dell’Unione europea, la domanda da porsi è questa: come si vuole colmare questo deficit democratico? Due le risposte: una guarda al passato, l’altra al futuro.
 
Il Front National, il PVV e così via, reagiscono al problema riproponendo un modello d’Europa fortezza, ovvero con rigidi confini tra Stati nazione, le dogane alla frontiera, un protezionismo economico, il rifiuto della globalizzazione, una certa stretta su alcuni diritti civili e unn pizzico di razzismo. Altre formazioni, quelle non euroscettiche, guardano avanti, e chiedono un parlamento europeo con pieni poteri, l’elezione diretta del Presidente della Commissione europea, la trasformazione della Bce in una vera e propria banca centrale, un’unione fiscale, bancaria e l’emissione di debito comune. (L’Ukip su tutto questo ha una posizione anomala: passatista per quanto riguarda confini, immigrazione e molte policies, come quella energetica; globalizzata sui mercati finanziari e la circolazione di capitali).
 
Il M5S una cosa buona l’ha già fatta: ha fatto parlare d’Europa molte persone che fino a poco tempo fa non se ne curavano affatto. Adesso deve scegliere in che direzione vuole andare, in che senso “lottare contro l’establishment” e come colmare concretamente il deficit democratico nei fatti, ovvero con il lavoro quotidiano al Parlamento europeo per i prossimi cinque anni. L’alleanza con Farage guarda più al passato che al futuro. Dicono che si tratti di una “loose association”.
Staremo a vedere.
 
@AlessioPisano 
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