Pur di comminare una dubbia multa di 39 euro a un proprio dipendente l’Agenzia delle Entrate è disposta a spendere migliaia di euro di denaro pubblico. Succede a Ferrara, dove un lavoratore si trova da anni a entrare e uscire dagli uffici giudiziari per la pervicacia della pubblica amministrazione cui appartiene. Il suo ormai è diventato un caso nazionale, tanto da convincere i sindacati di riferimento a indire uno sciopero e a spingere i colleghi di mezza Italia a contribuire alle spese legali.

Tutto risale al 2009. Il dipendente dell’ufficio territoriale di Ferrara, addetto alla tassazione degli atti pubblici, utilizza due procedure “semplificate”, “una prassi consolidata e autorizzata, non solo a lui e non solo a Ferrara, “con lo scopo di semplificare e far risparmiare tempo e denaro”, come spiega Maria Rosaria Di Ponte della Federazione lavoratori pubblici. Nulla di astruso. Si tratta in sostanza dell’emissione di un avviso bonario, “un’assistenza all’utente al momento della liquidazione delle imposte. Uno strumento che, se usato con buon senso, è nell’ottica della digitalizzazione e della semplificazione amministrativa”. Accanto all’avviso bonario il dipendente, a fronte di un atto pubblico trasmesso in via telematica da un notaio, ha inviato via mail la liquidazione corretta, evitando così la notifica di un inutile e dispendioso avviso. “Queste procedure – premettono i sindacati – sono adottate anche dagli altri colleghi che operano nello stesso settore e i superiori dell’Ufficio (capo team e direttore) le hanno da sempre autorizzate”.

Arriva un controllo dell’Audit, che ritiene improprio il comportamento del dipendente e fa una segnalazione all’ufficio disciplina. Arriva la sanzione singola, nonostante la prassi sia seguita dall’intero ufficio: 39 euro. L’equivalente dello stipendio di due ore. Pochi spiccioli, che però “gli precludono – aggiungono i sindacati – l’inserimento in graduatoria per il passaggio di fascia economica e l’impossibilità di partecipare a interpelli per ricoprire incarichi di responsabilità”.

Il dipendente fa ricorso. Nel 2013 il tribunale del lavoro gli dà ragione e condanna l’Agenzia al pagamento di 5mila euro, una cifra che comprendeva il pagamento delle spese legali maggiorate del 50%, perché secondo il giudice la causa era “immotivata e irragionevole”. Ecco i primi cinquemila euro di soldi pubblici. Ma non bastano. “Dopo una costosissima consultazione dell’Avvocatura dello Stato – si accalora Ilaria Menegatti della Funzione pubblica Cgil – l’Agenzia ha presentato ricorso in Appello: in ottobre si terrà la prima udienza”. E questo nonostante un tentativo di conciliazione in prefettura. “Lo stesso direttore generale – prosegue la sindacalista –, che è cambiato dall’inizio di questa vicenda, ha riconosciuto che è una vicenda irrisoria. Eppure…”.

Eppure per quei 39 euro, comminati secondo un giudice in maniera immotivata e irragionevole, la macchina della burocrazia va avanti come uno schiacciasassi. “Un caso emblematico – ammonisce Gallesini – del comportamento tenuto dai dirigenti nei confronti dei dipendenti pubblici, e in particolare di quelli dell’Agenzia”. “Che si impegnino così tante risorse pubbliche di fronte a un problema relativo è il contrario del buon senso, dell’efficacia, dell’efficienza e della proficuità con cui dovrebbe agire la pubblica amministrazione, come anche il dirigente ha riconosciuto – ha concluso Claudia Canella della Funzione pubblica Cisl –. Finora ci hanno lavorato su cinque dirigenti e tre avvocati, il tutto a spese dei contribuenti”. Ce n’è abbastanza secondo i sindacati per proclamare uno sciopero a livello locale che si terrà lunedì 23. Quel giorno si terranno assemblee dei lavoratori nelle altre Agenzie in Emilia-Romagna. Sempre a livello di solidarietà è stata lanciata una sottoscrizione in favore della ‘vittima del sistema’, per aiutarlo nelle spese legali. La colletta è giunta a 1300 euro per il momento. Ma sono già arrivate richieste di adesioni da ogni parte della Penisola.