Le 67 società che gestiscono i servizi idrici, la vendita di elettricità e gas e il trasporto pubblico nei 115 principali enti locali italiani costano a ogni cittadino circa 160 euro. Il dato, riferito al 2012, emerge da un rapporto dell’ufficio studi di Mediobanca dedicato a “Economia e finanza delle principali società partecipate dai maggiori enti locali”. E si ottiene sommando trasferimenti netti, crediti e versamenti per investimenti da eseguire. In quell’anno le aziende esaminate, che contano circa 132mila dipendenti, hanno realizzato ricavi per 31,7 miliardi, mettendo però a a bilancio debiti per ben 23,4 miliardi. Tra 2006 e 2012, invece, le 67 aziende hanno realizzato nel complesso utili per 3,3 miliardi di euro. Ma il quadro è ben diverso se si concentra l’attenzione su quelle del trasporto pubblico, che hanno accumulato un rosso da 1,4 miliardi. 

Il buco nero del trasporto locale – Il “doppio binario” è una costante: mentre energia, autostrade e aeroporti generano fatturato e utili, il trasporto pubblico locale e i servizi ambientali (raccolta rifiuti) sono veri e propri buchi neri. Che, nel solo 2012, hanno assorbito 4,7 miliardi di euro di trasferimenti, di cui 3,2 miliardi solo per i trasporti. L’esempio più eclatante arriva dal confronto tra l’ex municipalizzata lombarda A2a, che tra il 2006 ed il 2012 ha accumulato utili per 1,13 miliardi di euro, e il pachiderma del trasporto pubblico locale romano Atac, che nello stesso periodo ha perso quasi altrettanto (-1,01 miliardi). La Asam della provincia di Milano, holding a cui fa capo la partecipazione nell’autostrada Milano Serravalle, ha lasciato sul terreno 312 milioni. Seguono Ama, società di raccolta rifiuti della Capitale, che ha perso 290 milioni, e la compagnia degli autobus napoletana Ctp (-210 milioni) e l’azienda laziale del trasporto extra urbano Cotral (-168 milioni). In testa alla classifica delle aziende in attivo ci sono invece A2a, con 1,1 miliardi di utili nel periodo considerato, Acea (701 milioni) e l’emiliana Hera (693 milioni).

Per le quotate rendimenti inferiori ai titoli di Stato – Le sette partecipate locali quotate in Borsa, cioè Hera, A2a, Iren, Acsm-Agam, Acea, Ferrovie Nord e Condotta Acque Potabili, si sono apprezzate tra 2003 e fine 2013 del 69,9%, facendo peggio delle società industriali (+84,3%). Secondo Mediobanca gli azionisti pubblici hanno intascato negli anni circa 2,4 miliardi di euro di dividenti, a fronte di esborsi per aumenti di capitale di circa 120 milioni. Ma, a sorpresa, i titoli di Stato hanno reso quasi sempre più di quanto garantito dai dividendi di queste aziende. Le uniche due annate favorevoli per le utility sono state il 2008, quando le azioni hanno reso il 4% contro il 3,5% dei Btp, e il 2012 (4,7% contro 3,4%). Nel 2009 il rendimento da azioni era del 2,9% contro il 3,6% dei buoni del Tesoro, che nel 2006 rendevano il 4,4% a fronte dell’1,9% delle azioni. Tra 2010 e 2012 le azioni delle utility hanno reso oltre il 4%, ma, a parte il 2012, i titoli di Stato hanno reso lo 0,5% in più. 

Lo squilibrio Nord-Sud – Nel periodo 2006-2012 le società del Nord hanno macinato utili per 4,42 miliardi di euro mentre quelle del Centro hanno perso 658 milioni e quelle del Sud hanno registrato un rosso di 441 milioni. Una disparità dovuta all’incidenza del comparto dell’energia, delle autostrade e degli aeroporti, presenti soprattutto al Nord, che hanno registrato utili rispettivamente per 4,14 miliardi, 397 e 331 milioni di euro. Sulle utility del Centro hanno pesato invece i conti di Atac, Ama e Cotral.

Nel 2012 oltre 2.300 nomine – Un dato omogeneo tra i diversi comparti e le aree geografiche è invece quello delle nomine e dei compensi. A fine 2012 i 115 enti locali azionisti hanno infatti nominato negli organi delle partecipate 2.345 rappresentanti, tra cui mille in posizioni apicali. La parte del leone spetta ai Comuni, con quasi 1.100 nomine (21,8 a testa), seguiti dalle Regioni (640 rappresentanti, 32 a testa) e dalle Province (616 nomine, 14,7 a testa). Il compenso medio e risultato pari a circa 24mila euro: circa 36mila per gli apicali e 12.600 per i non apicali. Tra 2010 e 2012 è stato fatto comunque uno sforzo di razionalizzazione: le nomine si sono ridotte del 16,5%, il monte compensi del 21% e il compenso medio del 9%. I tagli maggiori sono arrivati dalle province. 

Venezia al terzo posto tra i Comuni per compensi ai cda – Tra i Comuni più prodighi di nomine figurano Venezia (65), Parma e Roma (53 entrambi) e Torino (43), mentre tra le province spiccano Trento (105) e Bolzano (59) e tra le regioni il Friuli Venezia Giulia (66), la Sicilia e la Val d’Aosta (58 ciascuna). La città dello scandalo Mose ha elargito nel 2012 ben 1.218.590 euro di stipendi, di cui 1.071.030 alle figuri apicali, agli amministratori di due sole società: Actv per i trasporti e Veritas per l’igiene pubblica. Numeri che la portano al terzo posto in Italia, a parimerito con Milano, nella classifica delle spese sostenute per cda e collegi sindacali. Hanno speso di più solo Roma, con 1,8 milioni di euro, e Napoli, con 1,3 milioni.