Era una bella storia, quasi valeva la pena fare finta fosse vera. Sono stati in tanti a farlo, testate di tutto il mondo e pure italiane. Protagonista Serey Die, trentenne centrocampista ivoriano del Basilea. Allo stadio Nacional di Brasilia sta per andare in scena la sfida tra Colombia e Costa d’Avorio e le telecamere internazionali si soffermano sui primi piani degli Elefanti d’Africa.

Serey appare con il suo inconfondibile crestino ossigenato: piange a dirotto. Alla fine dell’esecuzione i compagni Zokora, Tiote e Aurier si avvicinano a lui, lo abbracciano, cercano di consolarlo. Sui social network i pochi secondi dell’inquadratura sul volto del giocatore diventano virali e iniziano a circolare tentativi di spiegare le lacrime. Presto la teoria del lutto in famiglia ha la meglio sulle altre ipotesi. La rete ha deciso: Serey Die ha saputo della morte del padre appena due ore prima della partita, ma ha scelto di scendere in campo lo stesso. In brevi istanti l’ivoriano è diventato un eroe: Radamel Falcao, fenomenale attaccante colombiano costretto a casa da un infortunio pubblica un post in omaggio al coraggio dell’avversario e lo definisce “un grande esempio per tutti quelli che amano lo sport”, Gary Lineker, straordinario ex campione inglese e ora noto opinionista, si unisce alle condoglianze. Durante i 90 minuti Die non brilla particolarmente: nel secondo tempo commette un errore banale, James Rodriguez ruba palla e l’ex Pescara Quintero si invola in gol. Gli viene perdonata anche una clamorosa simulazione a centrocampo: Die va a terra alcuni secondi dopo il contatto, si mette le mani in faccia e rimane giù nell’incredulità generale.

I messaggi di sostegno sono a migliaia, tanto che su Twitter #respecttosereydie diventa subito di tendenza. I media tradizionali fanno propria la verità dei social network: i siti dei principali quotidiani britannici rilanciano il pianto di Serey in homepage, accanto alla notizia della morte del padre. A ruota la riprendono in tutto il mondo, Italia compresa. Per raccontare questa vicenda funziona meglio un altro hashtag: #epicfail. Che sta a indicare le figuracce, quelle grandi.

Passa poco dal termine della partita, l’ivoriano è tornato in possesso dello smartphone e, probabilmente scosso nel leggere il suo nome ovunque, si affida a Instagram. Scrive: “La notizia della morte di mio padre è falsa: lui ci ha lasciati nel 2004. Piangevo per l’emozione di servire il mio paese e perché non pensavo che un giorno sarei arrivato a questo livello”. Poi chiede scusa a tutti per l’errore che è costato la sconfitta alla sua squadra.

In conferenza stampa pare andare in soccorso ai giornalisti: “Sono un ragazzo emotivo – spiega – Certo, in quel momento ho pensato a mio padre, a tutte le difficoltà che ho dovuto superare”.

La più classica delle bufale, amplificata dall’eco globale della Coppa del Mondo. E’ purtroppo vero, invece, il lutto che ha colpito altri due giocatori della Costa d’Avorio. Nelle scorse ore è morto a Manchester Oyala Ibrahim Tourè, fratello minore di Kolo e Yaya. Aveva 28 anni ed era malato di cancro. Seppur non dotato del talento dei parenti anche lui era un calciatore: aveva giocato in Ucraina, Libano e Egitto, oltre a una parentesi al Nizza.

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