Ingenuamente, ho creduto di scrivere il pezzo definitivo su Berlusconi almeno cento volte in questi vent’anni. Forse duecento. Come me, ci hanno creduto milioni d’altri ingenui cronisti, scrittori, editorialisti, filosofi, fancazzisti, insomma milioni e trilioni di uomini di lettere, che lo hanno dato per morto e sepolto millanta volte da vivo e altre millanta da moribondo. In fondo è stato anche un gioco divertente, chi lo metteva sul tavolaccio della morgue per sezionarlo politicamente, godendo delle sue viscere sparse, sentiva intimamente che il tipo sarebbe risorto da qualche antro buio della storia. E così è stato, più o meno sino alla condanna definitiva. Ma se Dio è morto e notizie certe su questo evento luttuoso ne abbiamo, anche Berlusconi non sta benissimo. È andato, lo abbiamo perso, persino le cose care hanno una fine malinconica.

L’ho visto entrare nell’aula di Napoli per il processo al suo improbabile amico Valter Lavitola. Un rappresentante di prodotti ittici. Li trova tutti lui. Intanto, gli hanno fatto uno sgarbo enorme. Lo hanno convocato lì come testimone, una condizione a cui onestamente non era preparato e per due motivi sostanzialmente: mancava l’adrenalina complottarda che solo la condizione di grande accusato ti dà. E poi, l’altro motivo anche un filo comico trattandosi di lui, Silvio Berlusconi, nato a Milano il 29 settembre del ’36, professione imprenditore, già coniugato con Carla e Dell’Oglio e Myriam Bartolini: il testimone sarebbe tenuto a dire la verità. Dico sarebbe, perché i suoi avvocati avrebbero imbastito un intruglio leguleio (peraltro non accolto) per cui chiedere ch’egli fosse esentato da questa imbarazzante condizione. Leggo dal Mattino: “La Procura lo ha citato come teste, la difesa di Berlusconi (rappresentata dai penalisti Cerabona e Ghedini) ha insistito sulla opportunità di sentirlo come imputato di reato connesso con altri processi a Napoli, ma la richiesta non è stata accolta”.

Fatto sta che lo vedi entrare in aula che non sa che fare e allora cerca qualcuno tra il pubblico, così per condividere qualcosa e togliersi d’imbarazzo. Accenna un saluto a qualcuno che probabilmente non esiste e in quel momento ricorda l’immenso Tognazzi di Romanzo Popolare, quando ipotizza (ma subito dopo scopre) che Vincenzina, la giovanissima moglie, possa tradirlo: “Vado a centrocampo e saluto il pubblico”. Ma onestamente quelli del testimone non sono i suoi panni, a un certo punto sbotta e cerca la rissa. Come dire ai suoi vecchi, cari, aficionados: visto, sono ancora io…

Ma qui siamo alla milionesima replica di una pièce, peraltro straordinaria, che ha girato plurime volte tutti i palcoscenici d’Italia e che riproposta oggi, con tutti quegli anni polverosi sulle spalle, assomiglia alla gag di Cacini, comico di un avanspettacolo minore che insulta il pubblico e dal pubblico generosamente ricambiato con lancio di gatto morto dalla platea, come Fellini raccontò meravigliosamente in Roma: “Fattece ’na pelliccia a Fred Astereee…!”.

Ci saranno pure milioni di italiani che ancora votano Silvio B. e a loro andrebbe chiesto semplicemente: perché? È forse stanchezza, nostalgia del tempo che fu, istinto di conservazione, ma qui piuttosto si dovrebbe dire di surgelazione, mancanza di alternativa ma che alternativa credibile si può onestamente proporre all’elettore che per vent’anni ha seguito Silvio senza batter ciglio, convinto d’essere tra i liberali della storia, e invece stretto tra Giulianone Ferrara e Cesarone Previti, sovrastato da olgettine e lenoni, con un pizzico di salvifica immersione nella storia nobile di Lucio Colletti?

Insomma, dopo vent’anni siamo finiti a Giuseppe Toti che ha speso il decoro della buona persona che è (chiedere ai suoi colleghi di Mediaset) con vent’anni di ritardo sulla tabella di marcia, per farsi ombra di uomo che è già ombra di se stesso.