Oggi si disputa l’incontro Italia-Costa Rica e cade la Giornata mondiale del rifugiato: quasi una congiunzione astrale che spinge a evocare il rimosso – in senso fisico, prima ancora che psichico – di Brasile 2014. Dove ora sorgono stadi ipermoderni, presidiati da un corpo di vigilanza il cui nome gentile (Unità di Polizia Pacificatrice) ha finora significato pestaggi, ferimenti e omicidi, fino a poco tempo fa sorgevano baraccopoli abitate da esseri umani che, pur nella miseria e nel degrado, avevano una vita fatta di abitudini e relazioni: ciò che tutti noi colleghiamo al concetto di casa.

Le loro abitazioni sono state rase al suolo per far spazio ai cantieri del Mondiale. Dove sia dato loro di rifugiarsi, e per quanto, non è chiaro. Gli sfollati delle favelas sono ridotti alla non essenza, alla cancellazione del diritto di avere un luogo, foss’anche infernale, come può esserlo una baraccopoli di catapecchie – ora si scopre anche piene d’amianto – per essere ammassati come profughi nel nulla.

DP, Displaced Persons, era l’acronimo usato nella seconda guerra mondiale per definire le persone senza luogo. Masse di deportati, sfollati, sradicati, dispersi: vera figura del Novecento, prodotto su scala industriale della guerra globale. Continuano a essere il prodotto di quella di oggi, immateriale e non dichiarata, che è la guerra contro i poveri.

In questa guerra, i Mondiali si sono spesso trasformati, oltre che in occasione di enormi affari, in una stretta mortale sull’ordine interno, che significa anzitutto rimozione della povertà e della marginalità.

Il caso più estremo è stato quello argentino, quando, in previsione dei Mondiali del 1978, la giunta golpista costruì tre stadi nuovi, ristrutturò quelli esistenti e rimise a nuovo autostrade e aeroporti, così da dare al mondo un’immagine sfavillante e ordinata del paese in cui gli oppositori venivano buttati in mare dagli aerei della Marina. L’anno prima della grande kermesse, venne fatta pulizia dei barboni e dei folli.

Il 14 luglio 1977, per volere dell’allora governatore del Tucumán, generale Antonio Domingo Bussi, vennero recintate tutte le bidonville. I mendicanti che vagavano per le strade di San Miguel de Tucumán vennero caricati a bordo di camion e abbandonati a grande altitudine, nelle montagne deserte al confine con la provincia di Catamarca. Quando ci si cominciò ad accorgere della folla cenciosa e semicongelata che vagava senza cibo da giorni, il governatore di Catamarca protestò con il suo collega per avergli “rifilato la spazzatura”. Bussi mandò un aereo a riprenderli, anche se non si seppe mai quanti furono i dispersi e quanti i morti.

Se però le madri dei desaparecidos poterono utilizzare il Mondiale per far sapere al mondo dell’esistenza di campi di tortura disseminati nell’intero paese, oggi l’occhio delle televisioni, proprio come il nostro, è sempre più distratto, più tenacemente afflitto da un’area selettiva di opacità del campo visivo.

Ma gli stadi brasiliani sono un paradigma capace di mostrarci la contemporaneità di ciò di cui diventiamo spettatori: una presenza reale – fisica e mediatica – di gioco, efficienza e business, e una presenza fantasmatica di povertà, debolezza, violenza. Perché la rimozione dei poveri, in questo Mondiale, non è solo un dato reale: è il nostro rimosso.