I media italiani hanno dato un giusto risalto alla sentenza della Corte di Giustizia californiana che ha giudicato illegittime le leggi che proteggono gli insegnanti dello stato americano dal licenziamento e dalla valutazione del rendimento professionale. La motivazione è stata che quelle leggi attenterebbero al diritto ad una eguale educazione per tutti gli studenti. La decisione è senz’altro condivisibile, si tratta di capire come un principio analogo possa applicarsi anche in Italia.

La questione che viene oggi affrontata nel nostro Paese purtroppo è ancora una volta di generalizzata punizione nei confronti dei dipendenti pubblici, non invece di valorizzazione professionale di quelli che fanno bene il proprio lavoro. La proposta contenuta nella versione originaria del decreto Irpef di tagliare gli stipendi sopra i 60.000 euro lordi andava nella direzione di un generalizzato appiattimento retributivo antimeritocratico. Va detto che anche i governi precedenti non seppero distinguersi se non a parole.

Faccio l’esempio della riforma dell’università. Nella legge 240 inserii con mio emendamento due passaggi che ritenevo potessero introdurre criteri meritrocratici nel nostro sistema. Per l’avvenire infatti gli scatti stipendiali, prima automatici, sarebbero stati attribuiti con cadenze certe, sulla base di una valutazione del rendimento scientifico e didattico. Gli scatti non erogati, insieme con eventuali altre contribuzioni, non sarebbero stati risparmiati, per evitare facili tagli sulla pelle dei docenti. Sarebbero andati invece ad un fondo per l’eccellenza. L’idea era che gli scatti spettassero a quei docenti che facessero seriamente il proprio dovere, mentre il fondo speciale doveva premiare gli studiosi più brillanti.

Che fosse necessaria una svolta lo aveva indicato una indagine che avevamo promosso nella Commissione Istruzione del Senato da cui risultava che per alcuni settori disciplinari fra professori, ma anche ricercatori, il tasso di improduttività era assai elevato. Si arrivava in alcuni casi a percentuali di oltre il 40% di totale assenza di produzione scientifica negli ultimi cinque anni. Era la prima volta che nella pubblica amministrazione si consentiva una seria differenziazione stipendiale sulla base dei risultati raggiunti.

L’interesse delle università a premiare i docenti scientificamente produttivi e didatticamente efficaci derivava a sua volta dall’altra norma che inserimmo nella riforma in virtù della quale i finanziamenti agli atenei erano in parte legati alla valutazione dei risultati della loro complessiva attività scientifica e didattica. Se si avevano dunque docenti che non producevano si ricevevano meno soldi. Era quindi interesse dell’università chiamare e premiare i docenti che garantivano più finanziamenti. Per consentire anche più efficaci misure sanzionatorie si stabilì che i provvedimenti disciplinari sarebbero stati decisi dal Cda delle università e non più dal parlamentino nazionale dei docenti, il Cun.

L’applicazione di quel principio meritocratico venne vanificata dalla decisione del Governo di bloccare gli scatti stipendiali dei docenti, decisione che paradossalmente finì per riguardare praticamente solo gli universitari, essendo riusciti i magistrati, per cui non vale invece alcun principio meritocratico, ad ottenere una sentenza della Corte Costituzionale che per loro giudicava illegittimo il blocco. Quella improvvida decisione venne ribadita dai governi Monti e Letta. Credo che si debba invece ripartire da quelle norme per applicare seriamente un criterio generale, che coinvolga anche tutti gli altri settori della Pubblica Amministrazione, iniziando dalla scuola, e che consenta di differenziare gli stipendi sulla base dei risultati raggiunti, evitando aumenti concessi a chiunque.

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