I soldi non possono fare la differenza davanti al desiderio “incoercibile” di avere un figlio. Lo hanno scritto i giudici della Corte Costituzionale, cancellando il divieto di fecondazione eterologa: negava “l’esercizio di un diritto fondamentale” solo a quelle coppie “prive delle risorse finanziarie necessarie per poter fare ricorso a tale tecnica recandosi in altri Paesi” recita la sentenza pubblicata la scorsa settimana. Ma davvero, caduto il divieto di eterologa, finiscono in Italia le discriminazioni di natura economica tra chi può permettersi la fecondazione e chi no? 

Purtroppo non è così. Partiamo proprio dalla eterologa. Quanto costerà? Dove si potrà fare? Le informazioni sono ancora approssimative ma l’antifona è chiara. I centri pubblici si muoveranno con più prudenza in attesa delle linee guida annunciate dal ministero. E, almeno all’inizio, chi vorrà fare la fecondazione eterologa, senza perdere altro tempo, dovrà rivolgersi ai centri privati, sia pure italiani. A pagamento.

Valeva (e vale) per l’eterologa. Vale ancora per la diagnosi preimpianto: nei centri privati costa circa 9mila euro e nessun centro pubblico la fa, mentre il Microcitemico di Cagliari, costretto dal tribunale ha siglato una convenzione con un privato. Ma il problema è più vasto. In Italia l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita è ancora un Far West. Anche nel pubblico, tariffe, rimborsi, costi a carico delle coppie cambiano, a volte anche da una Asl all’altra. A dieci anni dalla legge 40 del 2004 che doveva riportare ordine, l’unica certezza è che le tecniche di fecondazione non sono state inserite nei Livelli essenziali di assistenza (Lea), lo Stato non le garantisce. E ciascuna Regione si regola come vuole. Con un divario enorme tra il Sud, dove i centri pubblici sono pochi e le spese in gran parte a carico delle famiglie, e il Nord, dove si concentra la maggior parte di centri pubblici e convenzionati della penisola e la fecondazione è in tutto o in parte rimborsata dal sistema sanitario. 

Cittadinanzattiva presenterà al ministero della Salute i nuovi dati dell’Osservatorio sul federalismo sanitario. Un capitolo a parte, curato da Anna Paola Costantini, uno dei legali delle coppie che hanno vinto la battaglia sull’eterologa, riguarda la fecondazione assistita. In questo campo il federalismo è estremo. Una coppia al Sud arriva a pagare anche più di 2mila euro per una fecondazione in vitro in una struttura pubblica, in Toscana spende 500 euro, in Lombardia la fa a spese del servizio sanitario. Risultato: una famiglia su quattro si mette in viaggio per fare la fecondazione in una Regione diversa da quella di appartenenza. Solo così si spiega come mai, con un Sud così povero di strutture pubbliche, il 64,5% delle fecondazioni in Italia avvenga all’interno del pubblico. 

La fantasia delle Regioni che possono permetterselo è tanta. Il sistema più lineare è quello della Toscana, che con una voce specifica ha aggiunto la procreazione assistita alle prestazioni ambulatoriali. La tariffa per quella in vitro è di 1.870 euro: 500 a carico delle coppie, il resto del servizio sanitario. Altre Regioni sono più creative. Considerano il “prelievo degli ovociti” sotto una voce più generica, “Interventi su utero e annessi non per neoplasie maligne”, già codificata nel tariffario (DRG 359): 1.436 a carico del servizio sanitario. La Lombardia ci aggiunge una seconda voce, “Altri interventi sull’apparato riproduttivo femminile” (DRG 365):  3mila euro circa, la tariffa più alta a livello nazionale. Le soluzioni a rischio di “inappropriatezza” abbondano. La Campania si è inventata la dicitura “Intervento chirurgico con diagnosi di altri contatti di servizio sanitario” (DRG 461), senza dire che si tratta di Procreazione assistita: 2.797 euro.

In Puglia, dove la sanità è commissariata, questo genere di fantasia non è consentito. Una delibera di giugno impone ai centri di registrare tutte le prestazioni finalizzate alla procreazione assistita in una contabilità separata. La tariffa (2.272 euro per la fecondazione in vitro) è a carico delle coppie, la Regione dà un contributo di mille euro a quelle con reddito Isee sotto ai 15mila euro. E il prezzo è tassativo solo per i due centri pubblici, nei nove privati è indicativa. 

È così in tutto il Sud. Anche peggio. In Molise non ci sono centri, non si pratica la procreazione assistita. In Calabria ci sono solo 4 centri di secondo livello, nessuno è pubblico. Il Lazio, in attesa del riordino promesso, fa storia a sé: non c’è una tariffa unica per il pubblico e di 7 centri pubblici al momento ne funziona solo uno. Anche in Sicilia i centri sono 40, ma più dell’80% è privato, nessuno è convenzionato e la procreazione non è a carico del sistema sanitario. A febbraio la Regione ha rimodulato tariffe e contributi con un gioco delle tre carte perché i soldi stanziati sono sempre quelli. Comunque ora la fecondazione in vitro costa 2.776 euro: mille a carico delle coppie (che però pagano a parte altri 400 euro per il congelamento, prima incluso), il resto a carico delle casse regionali, che però garantiscono il contributo solo alle donne con meno di 42 anni e fino a esaurimento delle risorse. I 3,8 milioni del Fondo nazionale, prima mai spesi, basteranno per meno di 2mila cicli di fecondazione. La domanda nell’isola è di 5mila cicli l’anno: nel pubblico, al momento, se ne fanno poche centinaia, nel privato 3mila. E il resto? Duemila coppie, ogni anno, vanno altrove. 

Secondo il Registro nazionale della Procreazione assistita, una coppia su quattro in Italia, se ha problemi di sterilità, va a curarsi in un’altra Regione. Sono coppie del Sud in fuga verso il Nord, dove avanza il privato convenzionato e il sistema dei rimborsi a carico del sistema sanitario è più vantaggioso. Ci sono 11.642 pazienti in transito nel 2011 solo per fare la fecondazione in vitro: poco meno di 2500 vanno in Toscana, dove ci sono 7 centri pubblici e 5 convenzionati, e spendono 500 euro, quasi altrettanti vanno in Lombardia, dove ci sono 20 centri pubblici più 10 convenzionati, e la fecondazione è gratuita. Se in Sicilia nel pubblico si fanno 300 cicli di fecondazione in vitro, in Lombardia se ne fanno circa 12mila, in Toscana più di 6mila. Addirittura, secondo dati più aggiornati forniti dal responsabile regionale Marco Menchini, in Toscana i pazienti non residenti sono aumentati oltre quota 3.600 e hanno superando i residenti, che invece sono in calo. La corsa ad accaparrarsi la domanda è forte. Uno dei centri convenzionati più noti della Lombardia ha stretto anche accordi con Alitalia e Italo per attrarre ulteriormente pazienti da fuori.

Ma quello che conviene ai pazienti (al netto delle spese di viaggio e in assenza di alternative), non conviene alle Regioni di provenienza, che si ritrovano a dover coprire le spese sanitarie. Anche qui, in assenza di tariffa unica, la trasparenza scarseggia. La Toscana chiede alle Regioni di provenienza il rimborso dell’intera tariffa di 1.870 euro, a cui non si sottrae ma si somma il contributo di 500 versato dalla coppia. In Lombardia, dove non c’è una tariffa dedicata ma la fecondazione è spezzettata in due codici di ricovero ordinario, il conto raddoppia: il rimborso per i residenti è già di 3mila euro, a carico della sanità lombarda, quello per chi viene da fuori, in base alle tariffe concordate per la mobilità sanitaria, supera i 5mila euro, a carico delle Regioni di provenienza. È il federalismo sanitario. Le Regioni del Sud risparmiano sulla procreazione assistita in casa loro e finanziano l’offerta creativa del Nord. Solo la Sicilia spende per i suoi 2mila “migranti” tra i 6 e i 10 milioni di euro l’anno. “Era così due anni fa, con i provvedimenti adottati dalla Regione non è cambiato nulla: l’esodo continua”, assicura il professor Antonino Guglielmino, direttore del centro Hera di Catania. 

Gli stessi operatori chiedono di mettere fine a questo sistema assai poco trasparente, inserendo la Procreazione assistita nei Livelli essenziali di assistenza garantiti dal Sistema nazionale. Il Tavolo Stato-Regioni sulla Procreazione assistita, che lavora da tempo ad una soluzione, ha suggerito, almeno, di adottare una tariffa unica: 2.300-2.500 euro, per le tecniche di II livello. Da usare come riferimento anche per i rimborsi da Regione a Regione. Ma a qualcuno, evidentemente, conviene il fai-da-te.