Undici arresti per riciclaggio, 10 milioni di euro di beni sequestrati alla camorra in Emilia Romagna, Lazio e Campania. Se il clan dei casalesi “non esiste più” – come ha sostenuto l’ex “ministro dell’Economia” dei clan, il pentito Antonio Iovine – il suo patrimonio esiste eccome. Viaggia al nord, reimpiegato in attività legali, come dimostra l’operazione coordinata dalla Dda di Napoli che ha portato all’arresto di intermediari e prestanome che gestivano soldi di provenienza del clan Schiavone. In carcere con l’accusa di riciclaggio, reimpiego di denaro di provenienza illecita e intestazione fittizia – con l’aggravante dell’aver favorito il clan dei casalesi – sono finiti Salvatore e Antonio Di Puorto, Luigi Di Sarno, Raffale Alfiero e Benedetto Ricciardi, ai domiciliari Ugo Di Puorto, Andrea Diana, Irene D’Errico, Angelo Ardente, Nicola Elmo e Mario Casella.

L’inchiesta è in grado di dimostrare, secondo il gip di Napoli, “la concreta presenza delle moderne falangi della criminalità organizzata nel cuore dell’imprenditoria”: attività radicate in particolare in Emilia Romagna, regione con cui l’Antimafia partenopea “collabora nelle indagini più che con tutte le altre procure d’Italia”, come ha spiegato il procuratore aggiunto di Napoli Giuseppe Borrelli. Ma anche in Toscana, dove i clan avrebbero gestito un appalto per la realizzazione di immobili in edilizia pubblica in provincia di Siena.

L’operazione della Guardia di finanza parte da Pisa, da un caso sospetto di bancarotta fraudolenta: quello della “Ged Costruzioni” di Domenico Policastro, un’azienda campana con sede nel capoluogo toscano. Con una complessa indagine gli investigatori risalgono alla figura di Luigi Di Sarno detto “o’ biondo”, titolare dell’azienda edile “Sara Costruzioni” di San Cirpiano d’Aversa e considerato “anello di congiunzione” tra la bancarotta della “Ged” e una famiglia legata al clan Schiavone, i Di Puorto. Una gruppo di prim’ordine nell’organizzazione casalese, che secondo gli inquirenti “ha gestito e gestisce le casse dei clan” (in particolare del clan Schiavone) dopo l’arresto dei capi Antonio Iovine e Michele Zagaria.

Diversi collaboratori di giustizia avrebbero spiegato come i Di Puorto fossero “molto legati al clan dei casalesi” e in particolare come Salvatore Di Puorto avesse “una notevole disponibilità economica… soldi della famiglia Schiavone, provento di vari reati che lui ripuliva in diversi settori commerciali”. Denaro proveniente dal settore dei video poker, dalla distribuzione di caffè e dalle estorsioni effettuate nei confronti di imprenditori edili toscani.

Il vero titolare della “Sara Costruzioni” – per il pm – sarebbe dunque Salvatore Di Puorto, “socio occulto ed effettivo gestore” della ditta. Un’evidenza che secondo i giudici sarebbe dimostrata almeno in un caso, quello della costruzione di un complesso residenziale di 14 ville ad Argenta, in provincia di Ferrara.

Ci sarebbe anche una seconda ditta, la “Angelica Spa” di Poggio Renatico (Ferrara), legata agli interessi della famiglia Di Puorto ma intestata a un prestanome di Caserta. La “Angelica Spa” avrebbe gestito un appalto per conto del Consorzio Centese di Ferrara, una commessa in cui è emerso l’interesse di Antonio Di Puorto, “impegnato in prima persona – scrive il gip – nella gestione dell’appalto e nella successiva attività di riciclaggio del denaro”. Un terzo ramo dell’inchiesta riguarda la società Caffè del sud, intestata a prestanome ma di proprietà di Salvatore di Puorto, in grado di imporre il proprio caffè nella zona del casertano e del napoletano. Con l’arresto di Salvatore, il caffè (“proveniente da un deposito di Mondragone”) sarebbe passato in gestione al nipote di Di Puorto, Benedetto Ricciardi, un uomo “a disposizione della famiglia Di Puorto – secondo le dichiarazioni di un pentito – che gestiva gli affari delle slot machine”. Il denaro ripulito tornava poi al sud, in alcuni casi per stipendiare detenuti – anche eccellenti – al 41 bis. Tra i beni sequestrati, numerosi immobili e terreni a San Cipriano d’Aversa, automobili, quote societarie (tra cui il 51% del capitale della società “Roma Case” con sede a Roma in corso Trieste), titoli e conti correnti per un valore complessivo di 10 milioni di euro.

È questa la nuova frontiera della lotta ai clan, ha spiegato coordinatore della Dda di Napoli Giuseppe Borrelli: “La struttura militare dei casalesi è stata colpita. La ricerca e il sequestro del patrimonio è ancora tutto da svolgere”.