Autodeterminazione! Esiste concetto la cui realizzazione può dare maggiore valore al nostro esistere? Questa parola mi ha sempre affascinato ed attratto, vi ritrovo la componente fondamentale del benessere dell’uomo, inteso, non come stato di felicità, irrealizzabile a priori a mio parere, ma come personale possibilità e capacità di creare e mantenere uno stato di equilibrio che permetta una continua crescita, nonostante le traversie inevitabili della vita.

Il trovare la propria strada, larga e affollata da dividere con quella di tanti altri, oppure stretta e solitaria in cui ogni incontro è oasi nel deserto, dovrebbe essere un’opportunità per tutti, un qualcosa di non contrattabile.

Per autodeterminazione si intende la facoltà, il diritto e la capacità di operare scelte in piena autonomia senza obblighi o costrizioni di sorta. Ne consegue la responsabilità imprescindibile dell’imputabilità e delle conseguenze di ogni volere ed azione.

L’espressione “diritto all’autodeterminazione” compare e prende vigore con la nascita dei movimenti delle donne che rivendicano la propria indipendenza ed autonomia sul loro corpo ed il loro pensiero, ma è un concetto troppo importante e trasversale perché non debba espandersi ad ogni singolo individuo, uomo o donna che sia, e successivamente viene stabilito, anche nel diritto internazionale, il principio di autodeterminazione dei popoli. Principio piuttosto disatteso, se pensiamo proprio alle vicende internazionali in cui si parla, ad esempio, di esportazione di democrazia (ed implicitamente di sistema di sviluppo) negando la storia e la cultura di chi si va, in definitiva, ad invadere.

Il concetto è semplice, ma la sua messa in pratica abbastanza difficile. Riprendiamo proprio l’“idea” di democrazia che dovrebbe fare dell’autodeterminazione uno dei suoi pilastri. In molti sistemi democratici il “potere del popolo” (con la presupposta fiducia che sia libero e capace di governare) rimane solo una formula accattivante, facilmente spendibile, difficilmente attaccabile nell’immaginario comune, ma ben lontana dall’essere realizzata concretamente.

Si discute di ovvietà, ma l’ovvio rimane una delle categorie concettuali più difficili da comprendere per la moltitudine. La persona invece di pensare con la sua testa, fa meno fatica a seguire schemi già preimpostati dal pensiero dominante.

Libertà di scegliere significa  possibilità di essere informati correttamente, altrimenti quel che si decide risulta condizionato da informazioni non corrispondenti al vero e non può pretendere legittimità. Nell’era di internet tutto è informazione o meglio tutto viene spacciato come tale, quindi l’individuo medio, sovrastimolato da input, dà una rapida occhiata a qualsiasi cosa gli passi davanti senza soffermarsi su niente, ma diventa pretenzioso del valore del proprio punto di vista, guai a sottrarglielo, si grida all’attentato alla libertà d’espressione, non importa quali qualifiche egli abbia o che reale livello di informazione possieda. L’individuo medio si ritrova in realtà virtuali, come i social network, dove è chiamato ad essere (si chiama ad essere) analista politico, sportivo, culturale, dispensatore di valutazioni, giudizi, sprazzi della propria vita privata che nessuno gli ha mai chiesto ed, in molti casi, senza averne le capacità o la moderazione necessaria.

Possiamo parlare, in contesti del genere di autodeterminazione? Questa da una parte è continuamente minata alle basi attraverso i media e le illusioni del progresso, dall’altra però pensare che la realtà attuale, precaria, consumistica e alienante, nella quale viviamo, sia la sola possibile e che noi non ne siamo direttamente responsabili è quasi dissociativo. Forse temiamo il prezzo troppo alto che l’autodeterminazione oggi più che mai richiede.