Craxi, Berlusconi, Renzi. Per noi giornalisti, tre storiche ciambelle di salvataggio nel momento in cui abbiamo nitidamente compreso che ognuno dei tre avrebbe avuto un ruolo centrale nel Potere italiano e dunque potevamo opportunamente saltare sulla zattera del vincitore. Ma chi, tra Craxi, Berlusconi e Renzi, si è veramente meritato quell’attitudine a lustrare gli stivali che molti di noi considerano a buon diritto un primo mestiere?

La risposta è scontata, persino elementare: Bettino Craxi. E, prima di tutto, per un fatto evidentemente numerico, non avendo mai potuto contare su percentuali di voto così significative da giustificare adesioni sentimentalgiornalistiche di massa. Eppure il leader del Psi è stato molto amato da noi giornalisti, in misura decisamente superiore alla sua forza elettorale. Questo taglia la testa al toro e lo definisce come «il migliore» dei tre, colui che aveva personalità da vendere, struttura politica, visione riformista, autorevolezza europea. Visto quello che è successo dopo con Berlusconi e quello che sta succedendo adesso con Renzi, mi vedo costretto a derubricare la marchetta elettorale di Giovanni Minoli in un supermercato a innocua ed affettuosa bagattella. Insomma, a essere craxiani per convinzione o per dedizione c’era di che essere orgogliosi, almeno per tutto il periodo che precedette il Grande Ladrocinio che, in termini di idee, paragonato all’oggi o ai vent’anni passati, non sarebbe meno del Rinascimento.

Tutto il periodo berlusconiano, che per professione ho battuto più intensamente, è vissuto su un’evidente contrapposizione nel Paese, contrapposizione che nei giornali è stata (fintamente) rappresentata dal duello Giornale/Libero vs. Repubblica. In realtà, molti giornalisti adoravano Berlusconi più di quanto la testata di riferimento consentisse e soprattutto nei giornali della buona borghesia la quota-parte di “affettuosa vicinanza” al caro Silvio era particolarmente corposa. Certo, ogni adesione sentimentale al progetto berlusconiano, che non rispondesse direttamente a una logica editoriale, comportava anche una dose di coraggio o di incoscienza, ma non sempre la vicinanza politica al Cavaliere era animata da una sana disposizione a lustrare gli stivali del potente di turno. Molto dipendeva, semmai, da un rancore pregresso nei confronti della sinistra, di quella sinistra nata dalle ceneri del Partito Comunista e che del Pci conservava – intatta – quel tratto di primazia morale che la rendeva sinceramente insopportabile (oddio, sentirsi migliori, eticamente parlando, dell’improbabile Berlusconi, veniva facile un po’ a tutti).

Oggi è un po’ tutto cambiato. Intanto, per mancanza di opposizione, una vera sciagura in una società democratica. In termini di immagine, Berlusconi è scomparso e se non ci fosse il venerdì dei vegliardi a Cesano Boscone sarebbe bello che sepolto. La mancanza di una vera opposizione ha portato orde di giornalisti a correre tutti nella stessa direzione. L’attitudine a soccorrere il vincitore, una buona e solida tradizione italiana, ha in Renzi il suo vertice massimo. Si avverte molta soddisfazione nell’aria soprattutto perché Renzi è cattivo e in termini di rivincita sociale, soprattutto per chi ama vivere in un sottile rancore, non c’è occasione migliore per identificarsi.

Ma se lo sbarco sulla zattera renziana è un dato del tutto conseguente, un poco sorprende la felicità con cui l’interessato vive l’asservimento di tanta stampa. Al punto che – mi raccontavano – negli ambienti vicini al premier si vagheggerebbe addirittura di una sorta di agenzia giornalistica che possa sensibilizzare i temi renziani più cari. Una sorta di volano editoriale, a cui darebbero sponda economica imprenditori vicini al presidente del consiglio che in quell’operazione butterebbero un po’ di soldi (comprando magari quote di un’agenzia già esistente).

Ebbene, se mai questa cosa (non saprei definirla più di «cosa») è stata pensata, è forse opportuno rimetterla nel cassetto, a meno di non entrare direttamente nel cyber-ridicolo. L’idea fallirebbe, per mancanza di materia prima: la stampa, caro Lotti, è già tutta schierata (dalla stessa parte).