“Quando penso a me a 15 anni, penso ad emozioni crude ed irrazionali. E questa sensazione non si è annacquata con l’esperienza. Mi piaceva la musica offensiva sia in termini di testi che di suono, qualunque cosa potesse far incazzare i miei. Per questo disco abbiamo dovuto rimetterci in contatto con tutto ciò”. Così Mike Shinoda – multi-strumentista e una delle due voci dei Linkin Park – riassume l’idea di partenza per il nuovo album della band, “The Hunting Party”, appena uscito per Machine Shop Recordings/Warner Bros. Records.

Il sesto album in studio arriva a quattordici anni di distanza da “Hybrid Theory”, disco di esordio e vero e proprio campione di vendite grazie anche al singolo “In The End”, che scalò le classifiche mondiali. Dopo un inizio di così largo successo, l’identità musicale della band ha subìto un veloce e inarrestabile sgretolamento, fino ad arrivare a un album di una noia imbarazzante quale è stato “A Thousand Suns” che qualche amante del rischio ha definito “sperimentale”, ma che alla realtà dei fatti non è stato altro che un lavoro nato senza una vera idea di base.

Mentre una parte della critica – e non solo – si aggroviglia al fine di risolvere il dilemma: “i Linkin Park sono o non sono nu-metal?”, la band che della commistione di generi in antitesi tra loro ha fatto il proprio cavallo di battaglia, riprende almeno in piccola parte il discorso iniziato con “Hybrid Theory”. Si riportano sul tavolo un approccio più duro ed incisivo, intervalli rap e costruzioni di crescendo che sfociano in linee melodiche rese ancora più orecchiabili dalla voce di Chester Bennington; tutto questo modellato per creare un prodotto perfetto e pulito.

Fin dall’iniziale “Keys To The Kingdom” si capisce che i Linkin Park sono tornati alle origini, con devastanti scariche di batteria dosate bene per non appesantire un album dove forse per la prima volta, la chitarra ha un ruolo molto più importante rispetto ai lavori precedenti. Proprio la chitarra e la batteria rendono “War” il pezzo migliore di un disco che ha al suo interno diverse collaborazioni: oltre agli interventi di Page Hamilton (“All For Nothing”) e Daron Malakian (“Rebellion”), in “Drawbar” – brano che apre uno squarcio di luce all’interno del disco – troviamo Tom Morello, mentre il rapper Rakim presta la sua voce per “Guilty All The Same”.

Una delle debolezze della band è sempre stata l’estrema semplicità dei testi e purtroppo questa ritorna anche in “The Hunting Party”, dove ritroviamo liriche a tratti imbarazzanti per la loro ovvietà: “you don’t know what you’ve got, until it’s gone” (“Until It’s Gone”), “Tell me what we’re fighting for, when we know there’s nothing more”  (“Keys To The Kingdom”), tanto che ci si potrebbe chiedere quale sia la differenza tra i Linkin Park e una qualsivoglia boy-band. Poi si arriva ad uno degli ultimi brani del disco e si precipita in un vortice di confusione non ricordandosi più che cosa si stava ascoltando: “Final Masquerade” è probabilmente l’esempio migliore di quanto questa continua alternanza di generi privi la band di una vera identità.

Mike Shinoda ha dichiarato che frustrato dalla sovrabbondanza di soft indie pop sulle radio rock (e come dargli torto!), ha deciso di spingere la band in una direzione dal taglio più duro, ritornando alle ispirazioni musicali iniziali. Il gesto è sicuramente lodevole, anche se arriva da parte di una band che è stata dura solo a tratti e solo rispetto a ciò che il mainstream offriva e continua ad offrire. Se si va oltre la manciata di mitragliate di batteria e chitarra, si trova un gruppo che cerca di accontentare un po’ tutti, che alla soglia dei quarant’anni dei suoi componenti tende a fare musica che potrebbe piacere a ragazzini in piena fase di rivolta contro il mondo e contro i genitori.

Artista: Linkin Park
Album: The Hunting Party
Label: Machine Shop Recordings/Warner Bros. Records